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NON C’E’ MAGGIOR SORDO
DI CHI NON VUOL SENTIRE
I casti divi e
l’Olocausto
di
Filippo Giannini

Questo articolo è
indirizzato alla folta schiera di italiani truffati da questo
regime di incapaci, di corrotti i quali per sopravvivere hanno la
necessità di stravolgere la storia dell’unico Governo, dall’Unita’
ad oggi, che abbia governato in modo efficiente, senza ruberie e
realmente rivoluzionario tutto teso a portare il vero socialismo,
quello che non aveva bisogno di Karl Marx.
Fra le menzogne più
care da addossare a Benito Mussolini, c’e’ quella di essere stato
complice dello sterminio di 6 milioni di ebrei, sempre che questo
avvenimento corrisponda alla verità storica. Ebbene su questo
argomento ho raccolto una tale massa di documenti da tacitare i vari
casti divi e, di conseguenza il piccolo Badoglio, oggi circonciso e
sindaco di Roma e chiunque altro che ne dubitasse l’asserto. Non
Roosevelt (che inviò la sua fleet per cannoneggiare un piroscafo
carico di ebrei fuggiti nel 1939 da Amburgo), non Churchill che
ordinò di silurare a Salinas un’altro carico di ebrei qualora non
avesse invertito la rotta, non Stalin che, secondo quanto ha scritto
lo storico russo Arkaly Vaksberg, “Stalin against Jews”, un libro
particolarmente importante nel quale l’Autore sostiene “dopo
accurate ricerche in archivi riservati, che il numero degli ebrei
eliminati da Stalin è stato presumibilmente 5 milioni”, solo
Mussolini… Sì, solo lui…. Ai lettori non sembra, perlomeno sospetto,
che si citino costantemente quegli ebrei che sarebbero stati
sterminati da Hitler e mai quelli eliminati per ordine di Stalin?
Perché? D’altra parte anche le cifre si equivalgono.
E allora, citando due
sentenze, l’una di Pacifici della Comunità ebraica che ha
dichiarato: <Mussolini faceva parte della macchina della soluzione
finale>, giudizio particolarmente pesante e infamante, e l’altra di
Giorgio Pisanò (“Noi fascisti e gli ebrei”, pag. 19) che ha scritto:
<Si giunse così al 1939, vale a dire allo scoppio della guerra e fu
allora che, all’insaputa di tutti, Mussolini diede inizio a quella
grandiosa manovra, tuttora sconosciuta o faziosamente negata anche
da molti di coloro che invece ne sono perfettamente a conoscenza,
tendente a salvare la vita di quegli ebrei che lo sviluppo degli
avvenimenti bellici aveva portato sotto il controllo delle forze
armate tedesche>.
Sono due giudizi
contrapposti espressi da due personaggi chiaramente schierati,
quello di Pacifici sorretto da tutta una Comunità; quello di Pisanò
al quale non possiamo non riconoscere la capacità di indagine e la
capacità di presentare la storia corroborata da ricca
documentazione.
Chi dei due ha ragione?
Per questa indagine
cercheremo di seguire una certa logica per rientrare in uno spazio
ragionevole. In caso contrario saremo costretti a scrivere un altro
libro, data l’ampiezza dell’argomento. Anche in questo caso,
ripetiamo, come è nostro costume ci avvarremo di scritti di autori
non certamente fascisti.
Già il 13 ottobre 1937
Bernard Show nel corso di una intervista al Manchester Guardian
profetizzò: <Le cose da Mussolini già fatte lo condurranno prima o
poi ad un serio conflitto con il capitalismo>. Infatti le nuove idee
che partivano dall’Italia fascista si stavano espandendo in tutto il
mondo; nascevano ovunque movimenti o partiti di ispirazione
fascista, dalla Francia agli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna (con
oltre 100 mila iscritti) all’Australia, dall’Argentina alla Norvegia
e così di seguito. Sembrava che, una volta ancora, l’Italia fosse
ispiratrice di un nuovo messaggio universale di sapore
rinascimentale: il Rinascimento del lavoro. Queste nuove idee,
portavano in sé un difetto: mettevano in pericolo il sistema
capitalistico allora vigente e padrone. Quindi l’Italia fascista
doveva scomparire.
Secondo Rutilio
Sermonti (“L’Italia nel XX secolo”), <la risposta poteva essere una
sola: perchè esse (le “Democrazie”, nda) volevano un generale
conflitto europeo, quale “unica risorsa” per liberarsi della
Germania – formidabile concorrente europeo – e, soprattutto
dell’Italia. Questo è necessario comprendere se si aspira alla
realtà storica: “soprattutto dell’Italia”>. Era necessario,
pertanto, portare l’Italia a fianco della Germania e, quindi,
eliminare in un colpo i due “pericoli”.
Conclude Sermonti:
<Esattissima si dimostrò l’altra convinzione degli alleati
occidentali, secondo cui l’uomo Hitler era assai meno smaliziato e
più proclive a farsi “saltare i nervi” che non Mussolini, e quindi
il punto debole” psicologico dell’Asse era lui, al fine di
coinvolgere anche il secondo e l’Italia>.
Esaminiamo ora le
opinioni di alcuni personaggi che vissero quell’epoca e che non è
possibile definirli fascisti.
E’ noto (per chi
conosce l’a,b,c della storia) che i due provvedimenti a favore degli
ebrei enunciati nel 1930 e perfezionati nel 1931 risultarono tanto
graditi alla comunità ebraica italiana che i rabbini innalzarono
preghiere di ringraziamento nelle sinagoghe. E se il 95% degli
italiani erano per Mussolni, questa percentuale raggiungeva quasi il
totale nella comunità ebraica; senza contare i numerosi ministri
ebrei chiamati a collaborare con lui al governo.
E’ altrettanto noto
l’attacco lanciato dal Duce contro alcune teorie nazionalsocialiste,
nel corso della visita alla città di Bari. Nel pomeriggio del 6
settembre 1934, dal balcone del palazzo del Governo Mussolini, dopo
aver esaltato la civiltà mediterranea, disse: <Trenta secoli di
storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine
di oltr’Alpe, sostenute da progenie di gente che ignorava la
scrittura, con la quale tramandare i documenti della propria vita,
nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto>.
Pertanto sino ad allora
non esisteva alcuna pregiudiziale anti ebraica nell’animo di
Mussolini. E allora, come si giunse alle (certamente) odiose leggi
razziali?
Nella guerra d’Etiopia
(di cui ci sarebbe da parlare ampiamente) la Società delle Nazioni
guidata, incredibilmente, dalla più imperialista delle Nazioni,
impose le sanzioni all’Italia. La Germania non si associa e continua
ad intrattenere ottimi rapporti con l’Italia. 1936. Scoppia la
guerra civile spagnola; ancora una volta i Paesi capitalisti si
schierano, con l’Unione Sovietica contro l’Italia che collabora con
Francisco Franco. Di nuovo la Germania è accanto all’Italia. E
questo nonostante che Stalin avesse sarcasticamente annunciato che
una volta conquistata l’Europa sino alla penisola iberica, avrebbe
tolto le croci nei cimiteri e persino nelle bare.
In questa fase storica
risulta chiaro che si stavano definendo due schieramenti: uno di
carattere democratico-capitalistico, guidato principalmente da Gran
Bretagna, da Francia e anche se da lontano e in forma marpiona dagli
Stati Uniti di Roosevelt; l’altro da Germania e Italia. Tuttavia
Mussolini non gradiva questa amicizia con il Führer di cui diffidava
fortemente la politica e, di conseguenza cercava di svincolarsi; con
questo intento il 22 giugno 1936 rilasciò una (molto poco ricordata)
intervista all’ex ministro francese Malvy, nella quale ribadiva la
propria disponibilità a collaborare con la Francia e con
l’Inghilterra: <La situazione è tale che mi obbliga a cercare
altrove la sicurezza che ho perduto dal lato della Francia e della
Gran Bretagna. A chi indirizzarmi se non a Hitler? Io vi devo dire
che ho avuto con lui dei contati, ma sin qui mi sono riservato di
decidere (…). Vi ho fatto venire perché informiate il vostro Governo
della situazione. Io attenderò ancora, ma se prossimamente
l’atteggiamento del Governo francese nei confronti dell’Italia
fascista non si modifica, se non mi si darà l’assicurazione di cui
ho bisogno, l’Italia diventerà alleata della Germania>. Questa
preziosissima testimonianza viene riportata da E. Bonnifour nella
Histoire politique de la troisième republique.
Altri attestati della
volontà dei Paesi liberalcapitalisti di affiancare l’Italia alla
Germania per poi annientarli insieme, ci vengono forniti da Winston
Churchill e dallo storico inglese George Trevelyan. Il primo (La
Seconda Guerra Mondiale”, Vol. 2°, pag. 209): <Adesso che la
politica inglese aveva forzato Mussolini a schierarsi dall’altra
parte, la Germania non era più sola>. Quasi con le stesse parole
George Trevelyan nella sua “Storia d’Inghilterra”, a pag. 834, ha
scritto: <E l’Italia che per la sua posizione geografica poteva
impedire i nostri contatti con l’Austria e con i Paesi balcanici, fu
gettata in braccio alla Germania>.
La storia stava così
trascinando l’Italia alla <ineluttabilità dell’alleanza con Hitler e
quindi della necessità di eliminare tutti i motivi non solo di
frizione, ma anche solo di disparità con la Germania> (R. De Felice,
Storia degli ebrei sotto il fascismo, pag. 137). Mussolini era
conscio che l’antisemitismo occupava uno spazio preminente
nell’ideologia nazionalsocialista, di conseguenza se voleva
eliminare le ultime diffidenze tedesche, anche nel ricordo del
“tradimento italiano del 1915” e giungere ad una reale alleanza
militare, doveva adeguarsi alle circostanze. Riteniamo che fosse
questa e non altre la ragione della scelta del Duce. E questo viene
confermato dal più attento studioso del fascismo che osserva: <Una
volta che Mussolini fu gettato nelle braccia della Germania di
Hitler, era impensabile che anche l’Italia non avesse le sue leggi
razziali>. Oppure come ha scritto Meir Michaelis: <Non si trattava
dunque di un problema interno, bensì di un aspetto di politica
estera>.
Anche se quanto sin qui
scritto è solo una parte del percorso che portò l’Italia di
Mussolini all’emanazioni delle leggi razziali, il Duce per renderle
il meno dolorose possibili, fra l’altro impose di “discriminare non
perseguire, oltre a lasciar aperte numerose scappatoie per cui si
giunse a situazioni paradossali, come il caso denunciato dal
giornalista Daniele Vicini su “L’Indipendente” del 20 luglio 1993:
<Ebrei e comunisti sciamano verso il Brennero, frontiera che possono
varcare senza visto a differenza di altre (americana, sovietica,
ecc.) apparentemente più congeniali alle loro esigenze>. Vicini dopo
aver elencato decine e decine di nomi di ebrei (e non solo ebrei, ma
anche di comunisti) che fuggivano in Italia, cita anche un nome che
dovrebbe essere ben conosciuto ai telespettatori italiani, perché
spessissimo presente nelle trasmissioni televisive: quello di Edward
Luttwak. Una domanda si presenta spontanea: “Erano tutti pazzi a
rifugiarsi in un Paese dove vigevano le leggi razziali, oppure i
fuggitivi ben sapevano che quelle leggi erano poco meno che una
farsa”? Alla fine dell’articolo il giornalista Vicini
esclama:<Strana democrazia quella americana, strana dittatura quella
fascista>.
I lettori che volessero
approfondire l’argomento, ma l’invito va esteso anche
all’”imprevedibile” ex fascista Gianni Alemanno, possono leggere il
nostro libro “Uno scudo protettore”. “Scudo protettore” è una
espressione dello storico ebreo Léon Poliakov per indicare la
protezione posta in essere da Benito Mussolini a favore degli ebrei.
Ebrei non solo italiani, ma: <Ovunque penetrassero le truppe
italiane, uno schermo protettore si levava di fronte agli ebrei (…).
Un aperto conflitto si determinò tra Roma e Berlino a proposito del
problema ebraico (…). Appena giunte sui luoghi di loro
giurisdizione, le autorità italiane annullavano le disposizioni
decretate contro gli ebrei (…)> (Léon Poliakov, “Il nazismo e lo
sterminio degli ebrei”, pagg. 219-220). Questo scudo si ergeva,
quindi, non solo in Italia, ma in Croazia, in Grecia, in Egeo, in
Tunisia, in poche parole ovunque penetrassero le truppe fasciste.
Il libro contiene un
centinaio di documenti di come venne messo in atto lo scudo, nonché
studi di storici che attestano la validità dei documenti. Nomi come
Rosa Paini (ebrea) (“Il Sentiero della Speranza”, pag. 22): <Quel
colloquio lo aveva voluto Mussolini ancora più favorevole agli
ebrei, in modo da essere indotto a concedere tremila visti speciali
per tecnici e scienziati ebrei che desideravano stabilirsi nel
nostro Paese>.
Come Mordechai Poldiel
(israelita): <L’Amministrazione fascista e quella politica, quella
militare e quella civile, si diedero da fare in ogni modo per
difendere gli ebrei, per fare in modo che quelle leggi rimanessero
lettera morta>.
Israel Kalk (ebreo)
“Gli ebrei in Italia durante il Fascismo”: <(…). Siamo stati
trattati con la massima umanità> e, ricordando gli altri internati:
<Credo di non temere smentite affermando che con voi la sorte è
stata benigna e che la vostra situazione di internati in Italia è
migliore di quella dei nostri fratelli che si trovano in libertà in
altri paesi europei>.
O anche Salim Diamand
(Internment in Italy – 1940-1945), ebreo. <Non ho mai trovato segni
di razzismo in Italia. C’era del militarismo, è ovvio, ma io non ho
mai trovato un italiano che si avvicinasse a me, ebreo, con l’idea
di sterminare la mia razza (…). Anche quando apparvero le leggi
razziali, le relazioni con gli amici italiani non cambiarono per
nulla (…). Nel campo controllato dai carabinieri e dalle Camicie
nere gli ebrei stavano come a casa loro>.
Oppure l’opinione
dell’autorevole docente dell’Università ebraica di Gerusalemme,
George L. Mosse (ebreo), nel suo libro “Il razzismo in Europa”, a
pag. 245 ha scritto: <Il principale alleato della Germania, l’Italia
fascista, sabotò la politica ebraica nazista nei territori sotto il
suo controllo (…). Come abbiamo già detto, era stato Mussolini
stesso a enunciare il principio “discriminare non perseguire”.
Tuttavia l’esercito italiano si spinse anche più in là,
indubbiamente con il tacito consenso di Mussolini (…). Ovunque,
nell’Europa occupata dai nazisti, le ambasciate italiane protessero
gli ebrei in grado di chiedere la nazionalità italiana. Le
deportazioni degli ebrei cominciarono solo dopo la caduta di
Mussolini, quando i tedeschi occuparono l’Italia>.
Si giunse, così, al 25
luglio 1943, e seguì il crucked deal (lo sporco affare, termine
usato da Eisinhower per indicare l’armistizio dell’8 settembre), ma
anche in quei poco più di 40 giorni del governo Badoglio le leggi
antiebraiche non furono annullate. Seguì la fuga del re, di Badoglio
e dello Stato Maggiore lasciando gli italiani, l’esercito ed è
ovvio, anche gli ebrei in balia dell’ira tedesca. Fu una fortuna per
l’Italia tutta che Mussolini subentrò formando un nuovo Governo e
pararsi di nuovo come scudo tra la rabbia dell’alleato tradito e gli
italiani tutti. Ma la presenza tedesca era pressante specialmente
agli inizi quando, cioé Mussolini stava organizzando la nuova
struttura del suo Governo. Fu in quei giorni, ed esattamente il 16
ottobre 1943 che i tedeschi effettuarono un rastrellamento nel
ghetto di Roma catturando più di mille ebrei che, ripetiamo, sino ad
allora erano stai protetti dallo scudo. Ebbene, finalmente i
tedeschi ebbero la possibilità di mettere in atto quanto sino ad
allora era stato proibito. Ma non tutto andò secondo le previsioni.
Qualche lettore potrebbe pensare che sul posto ci fossero dei
partigiani per difendere quegli infelici; ma quando mai! I tedeschi
si trovarono di fronte un uomo in camicia nera, Ferdinando Natoni
(che la storiografia dimentica di citare). Ecco la testimonianza
della figlia Anna; il padre, mentre la retata era in corso, si
precipitò in strada e, avvalendosi della qualifica di “fascista”,
pretese dalle SS la restituzione degli ebrei catturati nel suo
edificio. Cosa che avvenne. La Signora Anna ci ha detto che il padre
morì a 96 anni e ci ha pregato di ricordare che “non rinnegò mai la
sua fede”. Questa testimonianza potrebbe essere uno schiaffo ai
tanti casti divi, Alemanno, Fini fra questi.
Altri nomi meritano di
essere citati accanto a quello di Natoni: Perlasca (fascista), salvò
la vita ad alcuni migliaia di ebrei in Ungheria; Zamboni (fascista)
riuscì a far fuggire da Salonicco centinaia di ebrei; Palatucci
(fascista) ne salvò alcune migliaia a Fiume; Calisse (fascista)
operò in Francia e fece fuggire diverse decine di ebrei. Non
dimentichiamo il fascistissimo Farinacci che nascose una famiglia di
ebrei nella sua tipografia; e il futuro segretario del Msi,
Almirante che ne nascose alcuni nel Ministero dove lavorava.
Potremmo citare altri casi e nomi, ma non possiamo abusare oltre.
Mentre si svolgevano questi fatti, gli antifascisti e i partigiani
che facevano? Essi tramavano. E Ben Gurion, il fondatore dello
Stato di Israele? Questo meriterebbe un articolo a parte: egli
aveva bisogno della morte dei suoi correligionari per poi pretendere
in cambio la Palestina, fregandosene altamente se in quella terra
vivevano da secoli altri esseri umani.
Renzo De Felice osserva
(op. cit. pag. 447): <Se si eccettua l’aspetto economico, nei mesi
successivi all’emanazione dell’ordine di polizia n° 5, la politica
antisemita della Rsi fu in un certo senso abbastanza moderata (…).
Il concentramento degli ebrei fu condotto poi dalle prefetture, in
relazione al periodo in questione s’intende, con metodi e
discriminazioni abbastanza umani ed esso non fu affatto totale, come
lascerebbe credere l’ordine del 30 novembre 1943. Oltre a ciò il 20
gennaio 1944 Buffarini Guidi, venuto a conoscenza del fatto che in
molte località i tedeschi prendevano in consegna gli ebrei ivi
concentrati, diede istruzioni perchè fossero fatti presso le
autorità centrali germaniche i passi necessari ad ottenere che, in
ottemperanza al criterio enunciato, fossero impartite disposizioni
atte a far sì che gli ebrei rimanessero in campi italiani (…)>.
Su questo argomento si
trova una nuova interessante testimonianza di Primo Levi le cui
memorie vengono in parte riportate su L’Espresso del 27 settembre
2007. Levi ricorda che fu arrestato il 13 settembre 1943 e
trasferito ad Aosta nella caserma della Milizia Fascista. Levi e
altri suoi correligionari furono affidati al Centurione Ferro, il
quale, saputo che <eravamo tutti laureati ci trattò benevolmente;
egli poi fu ucciso dai partigiani nel 1945>. Primo Levi e gli altri
furono sospettati di essere partigiani; ecco cosa scrive Levi: <Il
Centurione appreso che eravamo ebrei e non dei veri partigiani ci
disse: “Non vi succederà nulla di male; vi invieremo al campo di
Fossoli, presso Modena”. Ci veniva regolarmente distribuita la
razione di vitto destinata ai soldati e alla fine di gennaio 1944 ci
portarono a Fossoli con un treno passeggeri. In quel campo si stava
allora abbastanza bene; non si parlava di eccidi e l’atmosfera era
sufficientemente serena; ci permisero di trattenere il denaro che
avevamo portato con noi e di riceverne altro da fuori>.
Dobbimo terminare non
certo per mancanza di argomenti, ma per motivi di spazio. Però
prima di chiudere desideriamo ricordare un altro fatto mai citato,
ovviamente, dai vari casti divi e cioè quella legge del 1938 che
concedeva parità di diritti e doveri ai libici. In pratica i libici
divenivano cittadini italiani a tutti gli effetti. Erano chiamati
“Gli italiani della Quarta Sponda”. Fu un caso unico nella storia
del colonialismo mondiale, ma fu anche questo uno dei motivi per cui
i Paesi imperialisti ci costrinsero alla guerra: questi vedevano le
colonie come esclusivo luogo di sfruttamento, al contrario di come
il Governo italiano stava impostando la sua politica coloniale.
Questo era il razzismo
fascista, o signori!
Quindi, e concludiamo,
non ci rivolgiamo ai casti divi Alemanno, Fini e compagni, non vale
la pena citarli, ma al rabbino Pacifici: se quanto scritto è vero,
perché invece di portare tanti poveri, ignari giovani in giro per
l’Europa allo scopo di alimentare odio, non sarebbe invece più
onesto portarli a pregare su quella tomba a Predappio?
Un atto di Giustizia…
anche se tardivo!
Filippo Giannini
www.filippogiannini.it
Link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/CastiDivi-F.Giannini.htm
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