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UNIVERSITA’
DEGLI STUDI
DI TERAMO
Master “Enrico Mattei” in Medio Oriente
Il Medio Oriente e l'Olocausto
"LA STORIA IMBAVAGLIATA"
Teramo 17-19 aprile 2007

L’OLOCAUSTO TRA STORIA E TEOLOGIA
di Luigi Copertino
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Giornalista pubblicista, responsabile per l'Abruzzo
dell'Associazione Culturale Identità Europea (Presidente emerito
Prof. Franco Cardini). Collabora o ha collaborato a diverse
testate tra cui "Avallon - l'uomo e il sacro", "Alfa e Omega",
"Certamen", "Pagine Libere", "Rosso e Nero", nonché con i siti
internet Effedieffe, Katechon, Identità europea.
Questa relazione avrà un taglio insolito perché affronterà le
implicazioni – diciamo così – “teologiche” del genocidio ebraico e
le conseguenze politiche di tali implicazioni. Il 27 gennaio, come
è noto, è stato proclamato “giorno della memoria” (1). In realtà,
più che una celebrazione storica, questa data è diventata il
principale appuntamento liturgico di una sorta di “nuovo culto
mondiale”. A scanso di ogni equivoco diciamo subito che l’autore di
queste note non nega affatto la realtà storica del genocidio
ebraico. Esso vi è stato ed è stato perpetrato, con la nota
ferocia, da un’ideologia neopagana. Anche le cifre non sono qui
discusse. Lasciamo questo onere agli storici ben più competenti e
ben più protetti (fino a quando?) di noi dai rigori della legge
penale mastelliana. Anzi, da parte nostra, siamo anche pronti a
sostenere, laddove siano fornite le prove, che non 6 ma 8, o anche
10, milioni di ebrei furono sterminati nei lager hitleriani. Ma
non è la cifra che, poi, importa: fossero stati soltanto un
milione o 100.000 o 1.000 o 10, oppure anche uno solo, nulla
cambierebbe circa la condanna, senza appello, dello sterminio
nazista. Neanche il diritto all’esistenza dello Stato di Israele è
qui in discussione benché, con Moni Ovaia e molti altri ebrei
onesti, riteniamo che senza un cambio di rotta a 360 gradi nella
politica israeliana il futuro di Israele si faccia sempre più buio
(e non per colpa dei suoi cattivi vicini antisemiti ma soltanto
per le nefandezze da esso perpetrate indegne del popolo che ogni
giorno invoca o, crede di invoca, il Dio di Abramo).
Ciò che invece qui si vuole comprendere è il perché il genocidio
ebraico è diventato, nell’immaginario collettivo mondiale, un
assoluto metafisico, perché se ne è fatto un evento unico, uno
spartiacque nella storia umana, sicché chiunque faccia
semplicemente osservare che, in realtà, di genocidi nel corso dei
secoli ve ne sono stati diversi viene immediatamente classificato
tra i revisionisti o peggio
tra
i negazionisti. L’ostracismo dalla comunità civile, in tali casi,
è immediato quasi si fosse di fronte al bieco tentativo di mettere
in discussione o di relativizzare un (presunto) dogma. In effetti,
sin dal termine ormai universalmente imposto di “olocausto”,
sempre scritto immancabilmente con la “O” maiuscola, definizione
che richiama immediatamente l’idea di un atto sacrificale a
valenza religioso-salvifica, si è potuto assistere, da qualche
decennio a questa parte, al dilagare nel sentire comune di una
sorta di “teologia dell’Olocausto”. Il genocidio ebraico è stato,
in altre parole, oggetto di un processo di “sacralizzazione” e di
“mitizzazione” astorica.
Oggi in Occidente è possibile mettere in discussione e financo
vilipendere qualunque Fede religiosa, da quella cristiana,
contestata da neognostici di bassa lega come Dan Brown o da
attardati vetero-razionalisti come Augias e Pesce o mediante la
riesumazione, barattata per sensazionale scoperta, di vecchi, e
conosciutissimi sin dall’età patristica, testi apocrifi come il
vangelo di Giuda, a quella islamica come ha dimostrato la vicenda
delle vignette su Maometto. Ogni credo, in Occidente, si può
dileggiare salvo… il nuovo culto planetario della “Shoah”. E non
c’era bisogno che lo facesse osservare Amadhinejad: la cosa era
già evidente per ogni persona di buon senso.
Chi si provasse a soltanto discutere di Olocausto come di un
qualsiasi tragico evento della storia umana subirebbe, come si è
detto, l’immediato ostracismo civile, e nell’immediato prossimo
futuro, grazie a Mastella, anche in Italia, la galera.
Da dove origina questo processo di sacralizzazione del genocidio
ebraico? Potremmo dire che dietro di esso vi sono chiare finalità
politiche: una neoteologia a sostegno dello Stato nato dal
nazionalismo sionista oppure a sostegno della politica
neoconservatrice di Bush appoggiato dal fondamentalismo
neoprotestante ed in particolare cristiano-sionista. Oppure l’una
e l’altra cosa. Ottime ragioni, persino per sospettare uno
sfruttamento a fini bassamente economici della sofferenza degli
ebrei nei lager, potrebbe trovare chi crede che il neodogma sia
solo uno strumento politico nella lettura del libro di Norman
Filkelstein, figlio di sopravvissuti ad Auschwitz, “L’industria
dell’Olocausto”.
Se facessimo davvero un po’ di luce sugli eventi storici la realtà
del genocidio ebraico, pur rimanendo una tremenda tragedia, ci
apparirebbe però molto più prosaica. Perché dunque ritenerla unica
ed assoluta quando fu preceduta, ad inaugurare il secolo dei
genocidi, dal genocidio degli armeni cristiani ad opera della
massoneria nazionalista e repubblicana dei “giovani turchi”,
discendenti dei “dunmeh” ossia i seguaci del falso messia ebreo
Sabati Zevi che nel XVI secolo apostatò, apparentemente, in favore
dell’Islam? Perché ritenere un unicum il lager quando sappiamo che
furono gli inglesi nella guerra anglo-boera ad inventare la realtà
concentrazionaria e che il lager fu contemporaneo del gulag, il
quale anzi gli sopravvisse a lungo? Se poi vogliamo metterla sotto
il profilo dei numeri, il che è francamente in sé repellente, gli
undici milioni di kulaki lasciati morire di fame da Stalin non
sono forse un po’ di più dei sei milioni sterminati da Hitler?
Coloro che giudicarono i criminali nazisti a Norimberga non
avevano a loro volta le mani sporche di sangue? E – si badi – non
solo i sovietici ma innanzitutto gli americani che avevano appena
annientato atomicamente l’inerme popolazione civile di due città
giapponesi, obiettivo non militare, con la favoletta che
l’invasione del Giappone sarebbe costata la vita a migliaia di
soldati statunitensi, cosa che, se pure fosse stata vera in sé (e
non lo era), non giustificava l’uso dell’arma atomica, della quale
se ne sapeva sperimentalmente già abbastanza per non prevedere una
ecatombe.
Qualcuno potrebbe dire che l’unicità del genocidio ebraico sta
nella metodologia “industriale” usata nello sterminio. Ma neanche
questo è vero in assoluto. La tendenza a “razionalizzare” lo
sterminio è presente sin dagli albori dell’età moderna. Come hanno
dimostrato le ricerche storiche di Reynald Secher e di Pierre
Chaunu, le colonne infernali giacobine, inviate in Vandea dal
Direttorio, sterminarono 300.000 tra donne, bambini e contadini su
una popolazione di 900.000 abitanti (dunque un terzo), con metodi
per l’epoca del tutto “scientifici”, dalle fucilazioni e dagli
annegamenti di massa, fino all’uso dei forni per il pane nei quali
venivano rinchiusi a bruciare vivi donne e bambini ed
all’utilizzazione della pelle delle vittime per conciare gli
stivali per le truppe francesi sparse per l’Europa. Come si vede,
il metodo razionale
nello sterminio nasce all’alba stessa della modernità ed in
seguito si è solo perfezionato mano a mano che la tecnica,
sviluppandosi, lo consentiva.
Dunque, la pretesa dell’unicità non può avere reali motivazioni
storiche e non può ritenersi soltanto politicamente strumentale
all’odierna egemonia “u-sraeliana”. Le motivazioni della
sacralizzazione del genocidio ebraico sono, come si è accennato,
di natura squisitamente “teologica”. Esiste infatti un culto
messianico auto-idolatrico del popolo ebreo coltivato da secoli
dal giudaismo talmudico, post-biblico. Un culto che ha avuto i
suoi risvolti politici, in termini di fondamentalismo
nazional-religioso, nell’incontro, avvenuto nel corso del XX
secolo, tra il sionismo, che pure in origine era nato su basi
laico-illuministe, e l’esegesi talmudica dell’Antico Testamento.
Lo sterminio nazista degli ebrei non può essere, nella dogmatica
del nuovo culto mondiale, un qualsiasi episodio di storia profana,
come gli altri genocidi, perché esso appartiene, secondo quella
neo-dogmatica, alla manifestazione del divino nella storia. Nella
storia del popolo ebreo vi è stata una profonda frattura per
quanto riguarda il senso da attribuire alla Rivelazione divina ad
Abramo ed agli altri Patriarchi. Questa frattura esegetica è stata
la conseguenza del dramma della diaspora. L’esegesi talmudica
della Scrittura, dopo la catastrofe della distruzione del Tempio
nell’anno 70, ha finito per rinnegare la fede in un Messia
personale sostituendola con quella nel ruolo messianico del popolo
ebreo, in quanto tale, che così è diventato, per il giudaismo
post-biblico, il “messia collettivo”. Si tratta, con tutta
evidenza, di una auto-idolatria messianica che fa del popolo
ebreo, disperso tra le genti, la vittima sofferente, per la
salvezza del mondo, il cui sacrifico espiatorio, a favore
dell’umanità, avrebbe raggiunto il suo inaudito culmine
nell’“Olocausto”. Il “Servo sofferente” profetizzato da Isaia (Is.
50,4-10; Is. 52,13-15; Is. 53), l’isaiano “uomo dei dolori”, nel
quale i Padri della Chiesa hanno visto l’annuncio profetico del
Christus Patiens,
nell’esegesi post-biblica dell’attuale giudaismo, è identificato
con il popolo ebreo inteso come “messia collettivo”. Un noto
esponente del giudaismo post-biblico, Dante Lattes, lo conferma.
Ha scritto Vittorio Messori, trattando delle attese messianiche
che fremevano in ambito ebraico, e non solo, durante il primo
secolo, indicato da tutte le profezie come quello dell’imminente
era messianica: “E’
testimoniato con certezza che è sotto la spinta della delusione
che pian piano i dotti d’Israele cambiano le interpretazioni con
cui i loro antenati erano giunti a polarizzare l’aspettativa sul
primo secolo. Poiché, come osserva lo stesso Talmud (Sanhedrìn,
97) ‘tutti i tempi sono ormai scaduti’ si cerca una
giustificazione all’attesa delusa. Ecco, nelle parole di uno
studioso ebreo recente, come si è trasformata infatti l’idea
messianica: ‘Il messianesimo ebreo, raffigurato dapprima nella
persona di un uomo, nel quale la giustizia si afferma e concreta,
diventa ed è un’idea: l’idea dell’avvenire, l’idea dell’anelito
umano, individuale e collettivo, verso l’effettuarsi della
giustizia e della religione nella storia. La coscienza collettiva
ebraica si raccoglie e si appunta in questa fede: che il travaglio
umano deve confluire verso quell’alba di redenzione in cui il male
non regnerà più sulla terra. Non è più la persona o le persone, ma
il tempo e il fatto che contano. L’umanità si muove verso quella
realtà con la sua fatica. Il Messia sta venendo continuamente.’ E’
Dante Lattes che così sintetizza (nella sua ‘Apologia
dell’ebraismo’) i contenuti dell’attesa messianica nell’Israele di
oggi. Continua Lattes: ‘ Il Messia-Uomo dei tempi eroici, l’uomo
ideale del futuro, il Figlio di David (quello, cioè, atteso nel
primo secolo, n.d.r.) diventa il popolo-Messia. Israele è il
‘servo di Dio’ che soffre per la salute del mondo, per la
conversione del mondo’. Ma allora il ‘dominatore del mondo’ atteso
ai tempi di Flavio Giuseppe? Risponde Lattes: ‘Fu una magnifica
fantasia, un poetico sogno tessuto dall’immaginazione vivace degli
scrittori ebrei (…). L’evangelo si ispira a queste fantasie
popolari che avvolgevano l’idea messianica sulla persona del
Messia”
(2). Il “collettivismo messianico” di derivazione talmudica ci è
così ben descritto dall’ex rabbino capo di Roma Elio Toaff: “…gli
ebrei non sono neanche una religione, sono un popolo che ha una
sua religione”
(3) ed ancora “Il
Dio degli ebrei è il Padre, e il popolo di Israele è il Figlio.
Questo Figlio ha il compito di perpetuare il concetto
dell’esistenza del Padre e della sua unità a tutti i popoli della
terra…Tutti sono figli di Dio. Il Messia è quella persona o
quell’epoca che porterà la fraternità universale…”
(4) oppure “L’era
Messianica è un’aspirazione e vi si arriverà quando tutti si
saranno convinti che gli uomini sono fatti a immagine di Dio”
(5). Appare evidente, in questa concezione, l’orizzonte
immanentistico della visione talmudica. Questa esegesi riduce la
Messianicità ad una dimensione del tutto mondana, chiusa alla
Trascendenza, facendo di essa il carattere distintivo ed esclusivo
di Israele ed il fondamento del suo preteso primato mondiale
spirituale. Lo conferma un grande studioso del messianismo
ebraico, Ghersom Scholem,
quando scrive a proposito del giudaismo post-biblico:“
… l’aspetto più sorprendente (…) è la debolezza della sua immagine
del Messia (…) In questo processo il Messia di per sé gioca un
ruolo debole e insignificante (…) trasferendo a Israele, la
nazione storica, gran parte del compito di redenzione
precedentemente assegnato al Messia: molte delle sue
caratteristiche personali distintive, quali figurano nella
letteratura apocalittica erano ora cancellate”
(6). Secondo rabbi Golinkin, giovane rabbino americano, la fede
giudaica: “…non
è una fede nell’altro mondo …Fra noi, c’è chi dice che quando il
Messia arriverà, tutto sarà come prima, salvo che non ci saranno
più guerre”
(7). E’ evidente che il clima dei nostri tempi è impregnato di
questa esegesi giudaico-postbiblica. Ma è proprio questa
“mondanizzazione” della Messianicità a dare la stura, che lo
vogliano o meno i Dantes Lattes e gli Elio Toaff, ad un processo
di eterogenesi dei fini, ossia al manifestarsi in concreto del
rovescio oscuro della medaglia, con cui la coscienza ebraica, per
il bene stesso del popolo di Israele, deve fare, ed al più presto,
i conti, anche mediante, laddove ritenuto necessario dagli stessi
ebrei, un solenne e pubblico “mea culpa”.
Infatti, va osservato che questa equivoca esegesi sostenuta dal
giudaismo post-biblico, benché nella sua apparente positività e
nel suo apparente carattere rivelatorio presenti il popolo ebreo
come affidatario di una missione salvifica, e per questo votato
alla sofferenza, in realtà si espone inevitabilmente a trasmodare
con tutta facilità, come di fatto è spesso avvenuto nel corso
della storia del pensiero rabbinico post-biblico, in un elitarismo
nel quale riecheggiano antichi motivi di matrice gnostica:
innanzitutto l’affermazione di una presunta distinzione
essenziale, qualitativa, ossia di natura, tra gli eletti, in
possesso di una conoscenza iniziatica ad essi riservata e pertanto
consacrati ad un destino speciale ed unico, ed il resto
dell’umanità imprigionata nell’ignoranza e destinataria perciò
soltanto di una “rivelazione di second’ordine”. Una pretesa,
questa, che pone non pochi e seri dubbi sull’accettazione, da
parte del giudaismo talmudico, o perlomeno di alcune sue
prevalenti correnti, del principio dell’unità di natura del genere
umano, che è principio intrinseco e fondamentale alla Rivelazione
ebraico-cristiana. Ancora Vittorio Messori non esita giustamente a
puntualizzare:“In
effetti questa è una questione reale: anche oggi, sarebbe bene far
chiarezza, … . Nella catastrofe del 70, con la distruzione del
Tempio e la diaspora dei sopravvissuti, scomparvero praticamente
tutti i gruppi e le sette del giudaismo. Il quale, da allora, fu
contrassegnato quasi solo dal fariseismo. Furono i rabbini di
quella corrente a creare i due smisurati, complessi, labirintici
commenti, discussioni, raccolte di episodi e di aneddoti che
formano i due Talmud, quello di Gerusalemme e quello di Babilonia
… per molti
(ebrei post-biblici),
se non per la maggioranza, la Torah, la Legge e i Profeti,
(sono) …
in secondo piano rispetto al Talmud. Per cui il loro, piuttosto
che ebraismo biblico,
(è) …
rabbinismo talmudico. Non si dimentichi che alcuni Maestri erano
giunti a dire che la Scrittura era ‘acqua’ mentre il Talmud era
‘vino’. E, dunque, era superiore …, il Talmud ha, per un non
ebreo, aspetti inquietanti, affermando la superiorità di Israele
su ogni altro popolo e annunciando – per un futuro indefinito ma
certo – il trionfo mondiale dei figli circoncisi di Abramo, cui
tutti gli altri finiranno per versare tributo e prestare omaggio
... la prospettiva talmudica molto insiste sulla pretesa ebraica
di costituire una razza superiore, eletta, destinata a
sottomettere le altre, a utilizzarle,se necessario a umiliarle”
(8). Certamente molti rabbini “puri di cuore” non leggono la
distinzione tra ebrei e “goym”, presupposta dalla pretesa ebraica
di un primato spirituale collettivo, in chiave di discriminazione
spirituale e tanto meno etnico-razziale. Eppure, benché un certo
rabbinato si sforzi ampiamente di sottolineare che il primato
spirituale di Israele, rivendicato dal giudaismo post-biblico,
sarebbe da intendersi in senso, per l’appunto spirituale, come
servizio di sofferenza per la salvezza di tutti, è impossibile
negare che il passo dalla pretesa primazia spirituale di un popolo
alla pretesa superiorità culturale, politica e finanche razziale
del medesimo è sin troppo facile, come la storia si è incaricata
di dimostrare più di una volta durante l’epoca dei risorgimenti e
delle rivoluzioni nazionali tra XIX e XX secolo. E se ciò vale,
dunque, per qualunque popolo, non si capisce perché da tale
rischio di ricaduta ideologica debba ritenersi immune soltanto
quello ebraico. Ora, che anche in ambito ebraico la ricaduta
ideologica vi sia effettivamente stata, e con conseguenze
aberranti, è fin troppo evidente per chi si addentra nella storia
della cultura e della spiritualità ebraica, in particolare per
quanto riguarda gli ultimi due secoli. Il sionismo pur essendo
nato laico, come ideologia nazionalista laica, un movimento di
rinascita nazionale ebraica di stampo romantico-illuminista, nel
corso del XX secolo si è trasformato in ideologia
nazional-religiosa e, di converso, ha trasformato il giudaismo da
pura fede religiosa nel
sostegno teologico di quella ideologia. Ma se questo è potuto
accadere lo si deve al fatto che il sionismo nelle sue componenti
sia di destra sia di sinistra, che grosso modo possono intendersi
anche come, rispettivamente, la versione laicizzata dell’antico
fariseismo “messianico” e dell’antico sadduceismo “materialista”,
ha, segretamente, sin dai suoi albori, profonde connessioni con la
spiritualità spuria del giudaismo talmudico. Giorgio Galli, in
chiusura della sua opera sull’esoterismo nazista (9), ricorda la
meraviglia di George Mosse, il massimo storico israelita del
nazismo (autore di opere storiche fondamentali come “La
nazionalizzazione della masse” e “Le origini culturali del Terzo
Reich”), nel constatare la assoluta somiglianza tra il
nazionalismo pangermanista ed il nazionalismo sionista e la loro
comune ispirazione religiosa di tipo panteista e
nazional-messianica (la nazione eletta, il popolo-messia).
Somiglianze che, osserva Mosse, tentano lo storico a stabilire tra
nazismo e sionismo una correlazione (Mosse, tuttavia, respinge la
tentazione) o, come osserva invece Galli, che afferma la
possibilità di un tale rapporto, anche sulla base di elementi
suggeriti dallo stesso Mosse, tentano a stabilire tra essi un
rapporto speculare. In consonanza con le osservazioni di Galli e
di Mosse, Domenico Losurdo ha avuto modo di scrivere:“All’interno
del fondamentalismo ebraico, non mancano settori che continuano ad
insistere sulla sostanziale differenza qualitativa tra ebrei e
‘gojim’ e che tendono a de-umanizzare in modo particolare il
popolo palestinese: proprio per questo, essi vengono condannati da
un prestigioso scrittore israeliano, Leibovitz, come seguaci di un
movimento ‘giudeo-nazista’”
(10).
Pochi sanno chi è Vladimir Z. Jabotinsky (1880-1940), la cui
figura, a questo punto, non è possibile non ricordare. Egli nacque
ad Odessa e, nell’ambito, del movimento sionista propugnò un
sionismo razzista che avrebbe dovuto costituire la futura base
dello Stato Nazional-Autoritario di Israele. Aderì al fascismo.
Negli anni trenta scriveva a Mussolini sostenendo che le sue
squadre d’azione nazional-giudaiche fossero più fasciste e
dinamiche delle camice nere. Chiese al duce, ed ottenne,
l’allestimento in Italia di campi d’addestramento per i suoi
squadristi sionisti (Mussolini vedeva in questo “fascismo
giudaico”, come del resto nei partiti fascisti arabi sul tipo del
Baath, un elemento utile per la politica italiana anti-inglese nel
Vicino Oriente). Jabotinsky finì per simpatizzare per il Terzo
Reich, proponendo alle autorità naziste la collaborazione del suo
gruppo all’espatrio degli ebrei tedeschi verso un eventuale
restaurato Stato giudaico nella Palestina liberata dagli inglesi
(la proposta fu per un momento presa in seria considerazione dalle
gerarchie naziste, insieme all’ipotesi alternativa del
Madagascar). Massimo Massara sostiene che “…le
idee di Jabotinsky hanno finito per permeare tutta l’ideologia
sionista e le strutture dello Stato d’Israele, molto prima
dell’accesso dell’erede di Jabotinsky, Menachem Begin, al potere”
(11). Infatti, i gruppi terroristici, come la Banda Stern e
l’Irgun, cui aderivano tutti i “padri della patria israeliana” tra
i quali per l’appunto Menachem Begin e Ytzak Shamir, che
nell’immediato secondo dopo guerra, tra attentati anti-inglesi e
ferocissimi massacri degli arabi, comprese donne e bambini,
colpevoli solo di risiedere da secoli nella “terra promessa”,
riuscirono nell’impresa della fondazione dello Stato di Israele,
erano, nessuno escluso, influenzati dall’ideologia
“giudaico-nazista” diffusa da Jabotinsky. Attualmente in Israele è
in atto un infuocato dibattito tra gli storici sionisti e la
giovane generazione di storici post-sionisti, capeggiati da Ilan
Pappé, a merito della quale va ascritto l’aver finalmente
dimostrati falsi i miti di fondazione di Israele e vera la realtà
dell’oppressione e della pulizia etnica perpetrata dai sionisti
nei confronti dei palestinesi sin dall’inizio ossia sin dai primi
insediamenti anteguerra di ebrei della diaspora. Il Presidente
dell’Università ebraica di Gerusalemme, Judah Magnes, nel 1947,
ebbe a scrivere: “Jabotinsky
è stato il profeta dello Stato ebraico. Ha ricevuto l’ostracismo,
è stato condannato, scomunicato. Ma vediamo attualmente che quasi
tutto il movimento sionista ha adottato il suo punto di vista”(12).
Ed infatti ancor oggi il nazionalismo razzista di Jabotinsky è
l’ideologia ufficiale, alquanto stemperata nei moderati, del
Likud, del Kadima e degli altri partiti nazional-religiosi
israeliani. Ideologia fusasi, in una esplosiva miscela
politico-religiosa di tipo fondamentalista, con l’integralismo dei
gruppi ultra-ortodossi della destra religiosa ebraica. Idee
analoghe a quelle di Jabotinsky, ma di impianto umanitario
progressista, nella loro accezione “socialista nazionalista” (dove
per la destra invece l’accezione è “nazional-socialista”)
appartengono anche al retaggio del Partito Laburista Israeliano.
Quello del sionismo è stato uno strano destino: nato come
nazionalismo laico di tipo liberale ha immediatamente subito una
prima metamorfosi in forma nazional-laburista per diventare, oggi,
un fondamentalismo etnico-religioso. Fin quando rimase ideologia
di tipo “laico” esso suscitò sovente diffidenze ed
avversioni da parte del rabbinato e del giudaismo religioso,
perché si temeva che la sua impostazione laica accelerasse il
processo di assimilazione degli ebrei da parte delle società
nazionali europee mediante l’inoculazione nell’ambito ebraico
degli stessi elementi illuministici che avevano provocato la
secolarizzazione del mondo cristiano. Può dirsi, sotto un certo
profilo, che l’itinerario del sionismo è in qualche modo
assimilabile al destino prima ideologico e poi nichilista del
liberalismo europeo. Infatti anche il processo di secolarizzazione
delle nazioni europee era destinato a dare esiti inaspettati,
covati segretamente in seno all’illuminismo ed al liberalismo,
come appunto, oltre al comunismo, il nazionalismo ed il razzismo.
Per questa via nazional-razzista, di cui Jabotinsky è in seno al
sionismo l’esponente più rappresentativo, l’antico esclusivismo
religioso ebraico ha finito per saldarsi con l’ideologia
nazionalista in una inedita forma fondamentalista, quella espressa
soprattutto dalla destra religiosa israeliana (ma non solo), che
fa del preteso primato spirituale del popolo ebreo, ancora letto
da molti rabbini in chiave teologica, un preteso primato politico.
Ed è questa “teologia politica”, che nasce dal convergere
dell’antico esclusivismo religioso e del nazionalismo laico, per
diventare razzismo etnico-religioso e patologia fondamentalista, a
costituire oggi la cultura della classe dirigente
religioso-politica dello Stato di Israele. L’esegesi esclusivista
rabbinica, influenzando lo stesso sionismo, ha finito per produrre
un etnocentrismo ebraico pseudo-messianico con pretese
universalistiche (il primato mondiale di Israele), del quale le
dolorose ricadute ideologiche e politiche il vicino oriente sta
oggi sperimentando. I legami del sionismo con una spiritualità
spuria covata in seno al giudaismo post-biblico sono rivelati
anche dai rapporti di Menachem Begin e Ytzak Shamir con un certo
tipo di rabbinato. I capi e gli altri membri della Banda Stern e
dell’Irgun se politicamente erano seguaci di Jabotinsky erano però
anche discepoli del rabbino Avraham Kook, fondatore di una
yeshiva
(scuola rabbinica) denominata Torat Cohanim e rappresentante della
corrente che si autodefinisce “abramica” del giudaismo
post-biblico. Questa corrente si oppone a quella “attica” ossia
alla corrente, intrisa di platonismo, universalista e tollerante,
risalente a Filone di Alessandria. Rabbi Kook, la cui idea fissa
era quella, chiaramente prometeica, di “forzare la mano a Dio”
costringendoLo a ristabilire il Patto con Israele mediante la
ricostruzione del Tempio di Gerusalemme e la ripetizione del
sacrificio annuale dell’agnello, opponeva all’ebraismo ellenista
la “purezza” della tradizione talmudica, ovvero la mera dottrina
farisaica della Legge come prescrizione rituale e formalista, ma –
attenzione – anche della tradizione cabalista.
Trattando dell’ideologia politico-religiosa del “Gush Emunim”, il
“Blocco dei fedeli”, un movimento di estrema destra israeliano,
Israel Shahak ha osservato: “Il
movimento Gush Emunim si ispira, in larga misura, alle idee
cabbalistiche che è importante conoscere e discutere per due
ragioni. Prima di tutto, è impossibile capire i seri articoli di
fede del giudaismo alla fine del suo periodo classico senza quelle
idee e, di conseguenza, l’importanza che hanno nella politica
contemporanea, come quadro concettuale cui si ispirano i politici,
i religiosi e gran parte dei leader del Gush Emunim e l’influenza
indiretta che esercitano sui leader sionisti di tutti i partiti,
compresi quelli di sinistra. Del resto il laico sionismo che ha
assegnato agli ebrei stessi il compito di restaurare Israele,
coincide paradossalmente proprio col misticismo cabbalistico dei
Gush Emunim le cui origini teologico-politiche si basano sugli
scritti di due rabbini, Abraham Itzhak ha-Cohen Kook, il primo
rabbino alla testa degli insediamenti ebraici in Israele, per il
quale ‘i sionisti erano senza saperlo i veri emissari di Dio’ e
suo figlio Zvi Yehuda Kook. Per i seguaci del Gush Emunim il
sionismo secolare, di colorazione socialista, era un movimento che
'annunciava' l’inizio della redenzione venuta dal cielo (...) il
sionismo ha un ruolo nel piano messianico, è essenziale e sacro.
C’è una missione dell’ebraismo che soltanto il sionismo può
assolvere. Ma una volta compiuto il suo destino, sarà esaurito
insieme al secolarismo, e apparirà la sua religiosità latente”
(13). Ancora una volta la pretesa messianicità di Israele si fa
palese in questa prospettiva talmudico-cabalista. Gli studi di
Shahak sulle correnti fondamentaliste dell’odierno giudaismo
consentono di far luce sul riaffiorare, in queste moderne
concezioni teologico-politiche, della dottrina esoterica di Ytzak
Luria, il più noto cabalista del XVI secolo. Luria insegnava che:“Un
ebreo non è stato creato come mezzo a uno scopo: egli stesso è lo
scopo, dal momento che tutta la sostanza dell’emanazione è stata
creata solo per servire gli ebrei”
(14). Che si tratti di insegnamenti di tipo gnostico è evidente
anche dall’emanazionismo che Luria sottende quando parla di
“creazione”. La dottrina esoterica di Luria ha anticipato quelle
teosofiche interne al nazional-socialismo. Infatti, il cabalista
rinascimentale aveva elaborato un “esoterismo razziale” che
contemplava la dualità tra la superiore razza ebraica e quelle
inferiori dei gentili. La razza ebraica, secondo tale dottrina
esoterica, è la materia qualificata ad incarnare le emanazioni
divine nel mondo manifestato, mentre le razze gentili, prive di
ogni qualificazione spirituale, sono il risultato brutale della
frammentazione del pleroma divino originario. Per questo Luria
sosteneva che:“le
anime dei non ebrei sono malvagie e create senza conoscenza”.
Mentre, pertanto, secondo Luria, per i gentili non vi è
possibilità alcuna di salvezza (per la gnosi la salvezza consiste
nella dissoluzione dell’io individuale nell’informe unità
pleromatica primordiale), essa è possibile soltanto agli ebrei,
perché unici eletti a questo luminoso destino. Qui il paragone con
le analoghe dottrine gnostiche che circolavano nei primi secoli
cristiani, contro le quali il nascente Cristianesimo dovette
ingaggiare una strenua battaglia spirituale e dottrinale, è
immediato: l’umanità era divisa, da tali dottrine, in “spirituali”
o “gnostici”, destinati alla salvezza, “psichici”, di incerto
destino, e “ilici”, privi di scintilla spirituale e perciò
destinati inesorabilmente alla morte. La concezione gnostica di
Luria si fondava sulla dottrina cabalista dello “zim-zum” divino.
Secondo tale dottrina la creazione è “il ritiro di Dio dal mondo”:
il mondo si manifesta perché la divinità, che ne costituisce il
pre-strato panico, si ritira, si nasconde, si contrae. Alla
contrazione seguirà poi una nuova espansione di Dio. Tale dottrina
è emanazionista. Infatti secondo essa, la “creazione” non è un
atto d’Amore che, comunicando per partecipazione l’Essere, crea
dal nulla le creature ma una conseguenza, quasi involontaria,
della contrazione della insondabile ed oscura sostanza divina, che
permea tutto lo spazio cosmico. L’esistenza degli esseri è resa
possibile soltanto a causa di questa negazione che la Divinità fa
di sé: sicchè dove c’è Dio non potrebbero esserci le creature e
dove ci sono le creature non può esserci Dio. Ne consegue che la
creazione non è un “valore” ma un “disvalore” ed è destinata ad
essere riassorbita, annientata, dalla riespansione divina. In
questa prospettiva cabalista Dio è l’antiuomo e l’uomo è
l’antidio: viene negato, in latri termini, il rapporto di
analogicità tra Dio e uomo (uomo come immagine e somiglianza di
Dio secondo la Rivelazione ebraico-cristiana) che la teologia
cattolica ha preso a base del proprio pensare mutuandone i
presupposti logico-razionali sia dalla Scrittura sia dal pensiero
ellenistico provvidenzialmente incontratosi, come ha ricordato
Benedetto XVI a Ratisbona il 12 settembre 2006, con la fede
ebraica. La dottrina cabalista della “contrazione-espansione” di
Dio ha profondamente influenzato il processo di trasformazione del
sionismo da nazionalismo laico in teologia politica. L’“esilio di
Dio” dalla sua Terra è diventato, non a caso, il tema teopolitico
che regge la costruzione ideologica del sionismo, dietro la quale
si nasconde, in forma laicizzata, la teosofia cabalista. La
mistica, spuria, giudaica ha concepito l’esilio di Israele come
l’esilio stesso di Dio dalla creazione, sicché l’Israele sionista
realizza oggi, secondo questa prospettiva gnostica, il ritorno di
Dio dall’esilio, ma non in una forma immediatamente “mistica”
bensì, dietro fattezze apparentemente laiche, nella forma di una
concreta realtà storico-politica: lo Stato d’Israele. Tuttavia,
pur mediata dalla forma apparentemente laica dell’ideologia
sionista, la “mistica gnostica” non tarda a rivelarsi come la
spuria essenza spirituale del sionismo. Da qui la pretesa della
classe dirigente israeliana per la quale nulla è opponibile al
primato dello Stato di Israele fondato sul suo diritto
“messianico” e “divino” al dominio, esclusivo e totale, della
Terra Santa. Il cosmo che questo Dio, contraendosi, ha generato è
malvagio e rende prigioniera la Divinità. Per riscattarla l’uomo,
anch’esso un risultato della contrazione divina, è destinato a
soffrire nell’oscurità del Mondo. Non, però, l’uomo in generale ma
l’ebreo. L’esilio di Israele è in funzione della mirabile finalità
della liberazione di Dio e della restaurazione della forma
originaria del cosmo che saranno possibili perché nella malignità
del mondo continuano a sussistere piccole scintille della
primordiale luce divina. Queste scintille sono le anime degli
ebrei. In tal senso, gli ebrei sono gli unici veri uomini laddove
i gojim costituiscono una umanità di rango inferiore destinata,
nel mondo futuro, nel mondo del ritorno di Dio dall’esilio, a
servire il popolo d’Israele, unica possibilità concessa ai gentili
di prendere parte del Regno messianico futuro. Quando la
restaurazione sarà compiuta, l’Esilio di Dio finirà, verrà il
Messia, ossia Israele, e si realizzerà la Redenzione, il Regno
finale promesso ad Israele sul Mondo. Un Regno tutto nell’aldiquà,
al quale i goym potranno prendere parte soltanto come adepti
(servi?) noachici, ossia come figli di Noé, essenzialmente
distinti dai figli di Abramo spiritualmente privilegiati da Dio.
Una prospettiva supinamente accettata dai “sionisti cristiani”,
che rappresentano la punta più estrema del fondamentalismo
evangelicale neo-protestante americano, sulla cui forza d’urto si
è poggiata l’Amministrazione Bush e la rivoluzione
neoconservatrice, sin dai suoi albori reaganiani. Questo Regno,
però, coinciderà, per la logica stessa del movimento di
riespansione della Divinità che ritorna dal suo esilio, con
l’annientamento di quel Mondo il cui dominio sarebbe stato
promesso ad Israele. Pur nel suo entusiasmo messianico, sembra
presagirlo rabbi Loew secondo il quale non vi può essere: “
… nessuna continuità diretta tra esilio e redenzione. Un periodo
intermediario, cioè le doglie dell’era messianica, è una necessità
logica. Prima che il Messia si manifesti avrà luogo la
soppressione dell’essere nel mondo, poiché ogni nuovo essere è la
rovina dell’essere che lo precedeva e soltanto allora, con la
rovina del vecchio, il nuovo essere inizierà”.
Quella sopra esaminata è una gnosi che ritroviamo parimenti
immutata nella dottrina della setta talmudica “Lubavitcher”. I
raduni di preghiera dei Lubavitcher sono molto frequentati dai
neoconservatori americani, i quali (quasi tutti) sono di origini
ebraiche. L’influsso spirituale della setta Lubavitcher pare abbia
un notevole peso nelle decisioni dell’Amministrazione Bush. Rabbi
Schneerson, il capo di questa setta rabbinica, morto di recente,
era solito dare ai suoi adepti insegnamenti come questo, proprio
citando passi talmudici del tipo sopra indicato: “La
differenza tra un ebreo e un non-ebreo si comprende alla luce
della nota sentenza: differenziamoci (…). Dunque, non abbiamo qui
solo il caso di una persona che sia solo di livello superiore
all’altra. Invece abbiamo qui il caso di un ‘differenziamoci’ tra
specie totalmente diverse. Il corpo di un ebreo è di qualità
totalmente diversa dal corpo di ogni altro individuo delle nazioni
(…) L’intera creazione esiste solo per il bene degli ebrei”
(15). E commentando Genesi 1,1, “In principio Dio creò il cielo e
la terra”, rabbi Schneerson affermava: “(questo versetto)
significa che tutto fu creato per il bene degli ebrei, che sono
chiamati il ‘principio’. Ciò significa che tutto è vanità in
confronto agli ebrei”
(16). Se rabbi Golinkin, sopra citato, cerca di rassicurare
spiegando che secondo la fede giudaica il conseguimento da parte
del Messia-Israele del primato universale, cui sarebbe divinamente
destinato, segnerà l’avvento della Pace Universale, non si può non
rimanere interdetti quando questo “paradiso terrestre”,
prospettatoci da rabbi Golinkin, nelle parole di un altro rabbino,
J. Immanuel Schochetal, sarà caratterizzata dalla “…
beatitudine fisica e spirituale.
[…]
La vita sarà facile e piena di comodità. Altre persone si
prenderanno cura dei nostri bisogni materiali, secondo quanto è
scritto: ci saranno degli stranieri che nutriranno i vostri
armenti, e dei forestieri che areranno i vostri campi e si
cureranno delle vostre vigne
(Isaia 61, 5).
La terra sarà straordinariamente fertile e ogni specie produrrà in
abbondanza, mentre gli alberi daranno frutta ogni giorno. In quel
tempo non ci sarà più né carestia né guerra, né invidia né
rivalità. Tutte le cose buone si troveranno in abbondanza e tutte
le delicatezze saranno facili a trovarsi come la polvere
(Hilkhòt Melakhìm 12, 5).
Gli eventi e le condizioni miracolose dell'era messianica
oscureranno completamente tutti i miracoli accaduti prima,
compresi quelli avvenuti durante l'uscita dall'Egitto”
(17).
Inquieta certamente, in questa descrizione, il fatto che
“stranieri” e “forestieri” (chi sono?) lavoreranno per fare della
terra un paradiso messianico per il Messia collettivo.
Se quelle sopra sommariamente descritte sono gli inquietanti
caratteri che si nascondono dietro il processo di
“sacralizzazione” dell’Olocausto, ci resta da vedere se
all’interno del giudaismo attuale vi sono correnti di diverso
genere e, soprattutto, cosa la supina accettazione della “Teologia
del Messia collettivo” comporta per l’Occidente, sia per i
cristiani che per i laici.
In ordina la primo punto, dobbiamo, con gioia, rivelare che,
provvidenzialmente, all’interno dell’odierno giudaismo vi sono
senza dubbio correnti di spiritualità che, pur interne alla fede
talmudica, conservano ancora i tratti dell’autentico ebraismo
opponendosi al sionismo nazional-religioso. Una di essa è quella
dei Neturei Karta, un sodalizio internazionale di rabbini
sostenitori ferventi dei diritti dei palestinesi e fermi
oppositori di ogni tentativo di ricostruzione del Tempio di
Gerusalemme, sulla base di un’esegesi del Talmud che contempla una
tendenziale e caritativa parificazione in quanto a natura e
dignità dei goym agli ebrei nonché la convinzione che il Tempio
non sarà ricostruito per mano d’uomo, con inganno e violenza, ma
discenderà direttamente dal Cielo per Volontà di Dio. Un’altra
corrente di rabbini oppositori del sionismo sono i Rabbis For
Human Rights, guidati dal giovane rabbi Aschermann, che si
adoperano concretamente, in nome di quella Misericordia proclamata
dalla Torah, in favore dei palestinesi, provvedendo in prima
persona alla raccolta delle olive nelle terre sequestrate agli
arabi ed ingaggiando contro il governo cause giudiziarie per
l’annullamento dei piani regolatori su base etnica appositamente
concepiti per allontanare i palestinesi dalle città. Vogliamo però
ricordare anche Israel Zolli, rabbino capo di Roma durante
l’occupazione nazista (ed eccelso
biblista affascinato dalla figura di Gesù che finì per convertirsi
al Cattolicesimo a fronte della grande opera di carità, di cui
egli fu personale testimone, svolta da Pio XII per salvare,
silenziosamente, gli ebrei dalla persecuzione) il quale, dopo aver
visitato pieno di speranza i primi insediamenti sionisti in
Palestina negli anni trenta del XX secolo, tornò sconvolto perché,
si lamentava, aveva visto trasformata la “Casa di preghiera per
tutte le genti” in una “Home nazionale”, in un “focolare di
rinascita nazionale”.
In ordine alla seconda questione, ossia il deleterio influsso
della teologia dell’Olocausto in Occidente, iniziamo
dall’esaminarne gli effetti in ambito cristiano, intendendo per
tale, per ragioni sulle quali non possiamo qui dilungarci,
esclusivamente il Cattolicesimo e l’Ortodossia e comunque le
Chiese con sicura base apostolica in quanto antecedenti alla
Riforma. Senza avvedersene, i cristiani sono oggi costretti, ogni
anno, puntualmente, il 27 gennaio, a fare atto di apostasia nel
momento stesso in cui essi sono chiamati, pena l’obbrobrio
generale, a celebrare il memoriale liturgico dell’Olocausto. Quel
che è chiesto ai cristiani, ogni anno, è di bruciare grani di
incenso sull’altare del culto messianico auto-idolatrico del
popolo ebreo. Il nuovo culto mondiale, mediante la sua quotidiana
ed annuale liturgia, impone, secondo uno stereotipo teologico
“cristomimetico”, l’adorazione del popolo ebreo come “vittima
sacrificale” per la salvezza del mondo dal “Male Assoluto”. Mentre
per i Padri della Chiesa la Scrittura, dal Genesi all’Apocalisse,
parla sempre e soltanto di Cristo, si tratta di ciò che
nell’esegesi cristiana è chiamata “prospettiva cristologica”, il
giudaismo post-biblico, al contrario, pretende di leggere la
Bibbia senza questa prospettiva, senza quella che per i cristiani
è l’unica vera chiave di accesso al senso autentico della
Rivelazione: la Luce di Cristo. Per i Padri, l’Antico Testamento
contiene “prefigurazioni tipiche” di Cristo che diventano chiare
soltanto alla luce del Nuovo Testamento ossia quando si passa dal
tipo figurato alla realizzazione storica della realtà spirituale
sottesa alla tipologia veterotestamentaria. Così, per fare qualche
esempio classico, il passaggio (pesach; pasqua) del popolo ebreo,
in fuga dall’Egitto, attraverso il Mar Rosso è prefigurazione
tipologica della Resurrezione di Cristo, del Passaggio dalla morte
alla Vita; la manna che, cadendo dal cielo, sfama gli israeliti
nel deserto è prefigurazione tipologica dell’Eucarestia.
Attualmente, però, all’interno della Chiesa serpeggia una
neo-teologia giudaizzante i cui esponenti, nella convinzione che
il giudaismo post-biblico e la fede di Abramo siano la stessa cosa
(18), ritengono illegittima la pretesa bimillenaria della Chiesa
di essere il Nuovo Israele, spirituale, che ha sostituito quello
carnale. Per i neo-teologi, dopo Auschwitz, sarebbe necessario da
parte cristiana ammettere che l’unico vero Israele è il popolo
ebreo, del quale questi neo-teologi appoggiano acriticamente tutte
le pretese territoriali a danno ed a discriminazione dei
palestinesi (cristiani e islamici). Le posizioni di questa ambigua
neo-teologia sono in palese rottura con l’insegnamento dei Padri
della Chiesa per i quali, invece, come si è detto, è la Chiesa ad
essere il Nuovo Israele che, nella
continuità/adempimento/superamento dell’Antico nel Nuovo
Testamento, ha sostituito il Vecchio Israele. Quest’ultimo,
tuttavia, sempre secondo i Padri, alla fine dei tempi sarà
anch’esso reinnestato nell’Olivo santo della Rivelazione, come ha
profetizzato san Paolo (Romani 11, 23-24). Ma - si badi bene -
solo alla fine dei tempi, e non prima, perché, ancora secondo il
magistero patristico, che per i cristiani, quando è unanime, come
nella fattispecie, gode di infallibilità, il ruolo di Israele fino
alla Parusia sarà sempre ambiguo: da un lato esso con la sua
permanenza è testimone della Verità stessa della Rivelazione
definitivamente adempiutasi in Cristo, dall’altro lato, però, a
causa dell’ “indurimento del cuore”, provocato dal proprio
“auto-accecamento” di fronte alla Divino-Umanità messianica di
Cristo, esso, in ogni momento della storia, corre il tremendo
rischio di scambiare l’Impostore per il Messia. Secondo san
Girolamo (19) è a tale rischio che Cristo alludeva quando disse ai
sinedriti: “Io
sono venuto a nome del Padre mio e non mi ricevete, se un altro
venisse nel proprio nome, lo riceverete”
(Giov. 5, 43)”. Tale neo-teologia giudaizzante, dal post-Concilio
in poi, sembra aver sempre più credito all’interno della Chiesa.
Alla tradizionale teologia della sostituzione è, infatti, andata
subentrando un po’ alla volta, quasi impercettibilmente per i
fedeli non addetti ai lavori, la neo-teologia del “duplice
soggetto messianico”, una neo-teologia che, però, per usare le
parole di Paolo VI confidate a Jean Guitton a proposito delle
dottrine spurie (“il fumo di Satana”) che egli vedeva penetrare
nel tempio, non rappresenterà mai, anche se dovesse diventare
prevalente, l’autentico pensiero della Chiesa. Per questa
neo-teologia, l’antico Israele avrebbe conservato una sua via
specifica ed esclusiva di salvezza, che ne fa un popolo
privilegiato anche dopo l’Incarnazione e Resurrezione di Nostro
Signore Gesù Cristo. Una via speciale che si
affiancherebbe, senza incontrarla, a quella cristiana. Anzi,
secondo la neo-teologia, il Cristianesimo stesso altro non sarebbe
che un sotto-prodotto del giudaismo, una “trascendente
fioritura messianica dell’ebraismo del primo secolo”
sostiene un esegeta giudaizzante come il Rossi De Gasperis,
maestro del cardinale Carlo Maria Martini (20). In altri termini,
il Cristo della storia apparterebbe integralmente al suo ambiente
etnico-religioso e sarebbe ben altro dal Cristo della fede
“inventato” dalla prima comunità cristiana. Augias e Pesce, nel
loro recente libro intervista “Inchiesta su Gesù”, affermano la
stessa cosa quando dicono che Cristo è “ebreo” e “non cristiano”.
L’ex cardinale di Parigi Jean Marie Lustiger, ebreo convertito, in
linea con la neo-teologia, sostiene che la funzione di Cristo
sarebbe stata quella di portare il Dio d’Israele alle genti ferma
rimanendo la via esclusiva e speciale riservata al popolo ebreo.
Viene da chiedersi, però, come mai Lustiger, che come ebreo
godeva, per diritto di sangue, di una tal via privilegiata di
salvezza, l’abbia poi abbandonata per la via cristiana così
evidentemente subordinata e di rango inferiore. La neo-teologia
accetta, in sostanza, l’esegesi giudaica che pretende per gli
ebrei una propria esclusiva via di salvezza, diversa e distinta da
quella dei goym. Una via speciale che non ha bisogno alcuno di
Cristo (21). Da qui la diffidenza ebraica verso i cristiani, anche
quelli giudaizzanti. Da parte ebraica vi è il dichiarato timore
che ogni apertura cristiana verso gli ebrei sia in realtà
finalizzata alla loro conversione. Sin dai tempi apostolici, i
cristiani hanno, innegabilmente, sperato costantemente
nell’adesione del cuore ebraico al Mistero di Cristo. Né potrebbe
essere altrimenti per il cristiano che non può rinunciare a
testimoniare Cristo al prossimo, anche all’ebreo. Ma più
dell’auspicio della, e la preghiera per la, conversione, che
tuttavia giustamente non possono mancare, da sempre vi è, da parte
cristiana, la convinzione che anche la salvezza del popolo ebreo,
lo vogliano o meno gli ebrei, passa, con modalità magari a noi
ancora ignote o non ancora storicamente manifestate, per
l’Olocausto Salvifico della Croce, che è il Vero ed Unico
Sacrificio di Redenzione dell’intera umanità (22). Questo perché
l’Unico Olocausto che un cristiano può riconoscere come
Universale, Autentico e Salvifico è soltanto quello di Cristo, il
Dio-Uomo crocifisso per Amore. Un Dio che non ha preferenze
speciali per nessun popolo. E’ scritto, infatti, che Egli,
offrendo Sé stesso in Olocausto al Padre, di due popoli, del
giudeo e del pagano, ha fatto un solo popolo. Sicché persistere,
come fa l’esegesi talmudica post-biblica, nel voler separare ciò
che Dio ha unito è, innegabilmente, luciferino. Ammettere da parte
cristiana un altro “Olocausto”, al posto o parallelo a quello di
Cristo, è aperta apostasia dalla Fede Cristiana. Altri presunti
olocausti non sono veramente tali perché, dopo quello della Croce,
ogni sofferenza umana, di qualunque uomo, a qualunque popolo o
epoca egli appartenga, dunque anche la sofferenza degli ebrei nei
lager nazisti, è partecipazione e condivisione della Sofferenza
Salvifica di Cristo, Vera Vittima immolata sulla Croce. Nessuno,
neanche gli ebrei, può pretendere, dopo la Passione Morte e
Resurrezione di Cristo, un ruolo privilegiato, o sostitutivo del
Sacrificio della Croce, nel disegno di salvezza universale. E’
questa, tuttora, nonostante ogni dialogo ecumenico, la “pietra di
inciampo” nei rapporti tra cristiani ed ebrei post-biblici.
Celebrare un altro preteso “olocausto” è per i cristiani un atto
di apostasia dal quale i Pastori dovrebbero mettere in guardia i
fedeli. Ma per fare questo i Pastori dovrebbero avere ancora una
fede salda e, purtroppo, essi, oggi, salvo un “piccolo resto”, non
hanno più una fede di tal fatta. L’apostasia interna alla Chiesa
ha assunto, negli ultimi secoli, molte forme, da ultima quella
della neo-teologia giudaizzante. Questa è, forse, la più
pericolosa. Perché se l’esegesi esatta fosse quella talmudica,
quella del giudaismo post-biblico, e il “Servo sofferente” non
fosse Gesù Cristo ma il popolo ebraico rivestito di una funzione
salvifica messianica, allora la Chiesa, ad iniziare dagli Apostoli
e dai Padri, per duemila anni si sarebbe sbagliata ed avrebbe
illuso generazioni di cristiani, ingannando l’intera umanità con
la pretesa della Divino-Umanità messianica di Nostro Signore Gesù
Cristo. L’apostasia, nonostante lo sforzo di tenere dritta la
barra del timone di un pontefice come Benedetto XVI, il quale più
di una volta, con prudenza e carità anche nella sua visita ad
Auschwitz, ha ricordato che l’esegesi cristiana è fondata sulla
prospettiva cristologica inaugurata dai Padri, continua ad
avanzare inesorabile nella Chiesa e tra i cristiani, sempre più
tiepidi nelle cose di fede.
Questa inesorabile avanzata non meraviglia, in verità, il
cristiano memore dell’inquietante, ammonitrice, domanda di Cristo:
“Ma
il Figlio dell’Uomo quando verrà, troverà la fede sulla terra?”
(Lc. 18,8). Dovrebbe invece mettere a disagio chi fa professione
di “laicità” (in vero, di “laicismo”, che la laicità vera è altra
cosa). Infatti dopo due secoli di illuminismo e razionalismo,
l’Occidente nato dalla Grande Rivoluzione si è piegato alla nuova
religione, alla
teologia dell’olocausto. Per duecento e più anni, le punte
avanzate dell’intellighenzia post-cristiana hanno lavorato
all’obiettivo della secolarizzazione della ex-Cristianità, in nome
della filosofia umanitaria, ossia in nome dell’autonomia dell’uomo
da Dio. Tutte le forme ideologiche dell’umanitarismo, dal
liberalismo al marxismo, dall’anarchismo al fascismo, hanno avuto
come obiettivo ultimo quello di “liberare” l’umanità dal “cruciato
martire”, per dirla con Giosuè Carducci. Però, come ebbe ad
osservare, con l’arguzia che gli era propria, G.K. Chesterton,
quando si smette di credere nel Dio cristiano non si diventa atei
ma semplicemente si abdica all’incontro fecondo tra Fede e
ragione, tra Gerusalemme ed Atene, che Benedetto XVI a Ratisbona
ha definito provvidenzialmente essenziale al Cristianesimo, e si
inizia a credere a tutto ed al contrario di tutto. Non è un caso
che la post-modernità, contrassegnata dalla inevitabile fine del
razionalismo, ha però fatto emergere ciò che di oscuro covava
sotto la crosta del positivismo, ossia quel neo-spiritualismo
esoterico, gnostico, irrazionalista che sta assumendo da un lato
le forme del new age e dall’altro quelle del fondamentalismo. E in
questo quadro storico che bisogna inquadrare anche il trionfo, a
viste umane apparentemente inarrestabile, del nuovo culto
dell’“Olocausto”, dell’auto-idolatria messianica di Israele. Un
nuovo culto che, a ben vedere, nel fare di una porzione di umanità
un soggetto dagli attributi messianici e quasi-divini porta alle
sue estreme conseguenze la “religione dell’umanità”, nella quale
l’uomo adora sé stesso al posto di Dio. Sembra che tutto
l’itinerario del processo di secolarizzazione, sviluppatosi in
Occidente, abbia avuto come termine finale l’universale
proclamazione di un culto sostitutivo di quello cristiano. Da qui
le inevitabili domande: l’Occidente illuminista ed umanitario ha
ferocemente combattuto la Chiesa al solo fine di consentire il
trionfo della Sinagoga? La decristianizzazione della società e dei
costumi non sarà forse servita al solo fine della talmudizzazione
della mentalità e dell’opinione pubblica, sicché i sostenitori del
“laicismo” (troppo spesso confuso con la “laicità”) in effetti
altro non sono stati, e non sono, che gli “utili idioti” dei
sacerdoti del nuovo culto mondiale, nell’ambito di un più vasto
disegno che non è interpretabile solo con categorie puramente
umane o storiche? Se, come ci sembra testimoniato dai fatti, tali
domande non possono essere evitate, senza condannarsi a non capire
nulla di questo inizio del XXI secolo, si resta in attesa che da
parte “laica” ci si spieghi come un ministro dell’attuale governo,
Giuliano Amato, possa definire la Shoah il fondamento della
Repubblica e dell’intero Occidente e come si possa conciliare
l’assunzione da parte dello Stato, con l’istituzione ex lege della
giornata della memoria, del nuovo culto sotteso alla “teologia
dell’olocausto”. In realtà, siamo di fronte ad un nuovo
confessionalismo di Stato, che difende i suoi dogmi con tutti i
mezzi a sua disposizione, comprese le leggi liberticide come
quella proposta da Mastella.
LUIGI COPERTINO
NOTE
1) Il 27 gennaio 1945 i sovietici arrivarono ad Auschwitz. Da qui
la data scelta per la giornata in questione. E’ emblematico il
controsenso che segna la scelta di questa data: si celebra come
memoria di “liberazione” il passaggio di una porzione di umanità
dolente da un totalitarismo, quello nazista, ad un altro, quello
sovietico. I gestori del Gulag svelano le atrocità del Lager!
2) Cfr. V. Messori “Ipotesi
su Gesù,
SEI, Torino, 1976, pp. 98-99.
3) Cfr. E.Toaff con A.Elkann,
Il Messia e gli Ebrei,
Bompiani, Milano 2002, p.34.
4) Cfr. E.Toaff con A.Elkann,
Il Messia
… op. cit., p. 26 e seg.
5) Cfr. E.Toaff con A.Elkann,
Il Messia
… op. cit., p. 83.
6) Cfr. G. Scholem , “Ŝabettay
Sevi – Il Messia Mistico”,
Einaudi, 2001, p. 60.
7) Citato in M. Blondet “La
politica mondiale e l’Anticristo”
in Il Timone n. 14/2001.
8) Cfr. V. Messori nella rubrica “Vivaio” della rivista “Il
Timone”, anno 2004.
9) Cfr. G. Galli “Hitler
ed il nazismo magico – le componenti esoteriche del Reich
millenario”,
Bur Rizzoli, Milano, 1994, pp. 283-288.
10) Cfr. D. Losurdo “Che
cos’è il fondamentalismo”
in Avallon – l’uomo e il sacro, numero 54, Rimini 2005, cit., p.
55.
11) Cfr. M. Massara, “La
Terra troppo promessa”,
Milano, 1979. Citato da M. Blondet “I
Fanatici dell’Apocalisse – l’ultimo assalto a Gerusalemme”,
Il Cerchio Iniziative Editoriali, Rimini, 2002, p. 45.
12) Citato da M. Blondet “I
Fanatici dell’Apocalisse …”,
op. cit., p. 45.
13) Cfr. Israel Shahak, “Storia
ebraica e giudaismo. Il peso di tre millenni”,
CLS, Verrua Savoia (TO), 1997, p. 70.
14) Citato in M. Blondet “Il
mondo come lo vuole Giuda”
in www.effedieffe.com.
15) Citato da M. Blondet “Scritture
d’attualità”
in www.effedieffe.com; cfr. anche I. Shahak “Jewish
fundamentalism in Israel”,
Londra, 1999.
16) Citato in M. Blondet “Il
mondo …”
op. cit.
17) Citato in Domenico Savino “Anime
gnostiche”
in www.effedieffe.com.
18) Invece l’Ebraismo di Abramo, di Mosé e dei Profeti, che è la
Radice Santa di cui parla san Paolo nel capitolo 11 della Lettera
ai Romani, ed il giudaismo talmudico, elaborato dal Sinedrio, non
sono affatto la stessa fede, perché il primo era nient’altro che
il Cristianesimo ante litteram (“Prima
che Abramo fosse Io sono”,
Gv. 8,58), mentre il secondo è un coacervo di “dottrine umane” (“Trascurando
il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”,
così Cristo ammonisce i sinedriti in Mc. 7,8).
19)
Epistole,CLI, Ad Algasium; Comm. In Dan., II, 24.
20) Cfr. F. Rossi De Gasperis “Ma
Cristo non ha cancellato Israele. Le Chiese di Palestina e
l’ebraismo”
in “Mondo e Missione”, febbraio 2002.
21) In tal senso si è chiaramente espresso, con l’arrogante
franchezza che gli è propria, rivolto ad ammutoliti cardinali
durante un incontro ecumenico, il rabbino Riccardo Di Segni. Cfr.
il resoconto pubblicato su “Shalom” n. 2/2002.
22) Quanto detto a proposito della salvezza ebraica mediante la
Croce di Cristo vale anche per i mussulmani, come per tutti gli
uomini. Anche la salvezza degli islamici passa per la Croce di
Cristo. Per la Croce di quell’Isa che, stando al Corano, è
superiore allo stesso Maometto perché, a differenza di
quest’ultimo, Egli è il “Verbo di Allah”, nato da Miriam sempre
Vergine, e perché è a Lui, ad Isa, e non a Maometto, che, secondo
l’escatologia coranica, sarà affidato da Dio il ruolo messianico
fondamentale: tornare alla Fine dei Tempi, come Giudice
Universale, per sconfiggere l’Anticristo, l’Impostore.
Fonte :
http://www.mastermatteimedioriente.it/
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