Silvia Cattori: in un recente articolo [1]
lei ha attirato l’attenzione dei lettori sulle derive giuridiche nelle
quali le leggi anti-terrorismo stanno conducendo le nostre società.
Prendeva l’esempio di Bahar Kimyongur, condannato il 27 Marzo 2007 a
cinque anni di prigione in Belgio per delitto d’opinione. Il caso di
questo giovane lascia supporre che ogni persona che diffonde un testo
a difesa del diritto a resistere di ogni popolo sottomesso alla
violenza di un occupante - come i Palestinesi, gli Iracheni, gli
Afgani - potrebbe trovarsi incolpato per associazione terroristica?
Jean Bricmont: più precisamente Bahar Kimyongur, cittadino
belga di origine turca, è stato condannato per appartenenza ad
un’organizzazione turca, considerata terrorista dalle autorità belghe,
il DHKP-C. Ma la principale “prova “ che si ha della sua appartenenza
è il fatto che egli ha tradotto comunicati di questo organismo in seno
al suo ufficio di informazione che aveva dei beni al sole a Bruxelles,
fino al 2004, momento in cui si sono introdotte nuove leggi
antiterrorismo. Questi comunicati – tranne uno che spiega o, se si
vuole, “giustifica“ un attentato in Turchia che è “andato male“ nel
senso che ha fatto più vittime di quelle che erano nell’obiettivo –
riguardano principalmente la situazione nelle prigioni turche,
situazione che denuncia anche Amnesty. Ma giustificare la violenza
“necessaria“ o scusare i “danni collaterali“ rimane, checché se ne
pensi, un’opinione, largamente condivisa del resto da coloro che fanno
l’apologia della politica americana o israeliana. Il fatto è che Bahar
Kimyongur è stato condannato senza che fosse accusato di aver
partecipato ad alcuna azione violenta. Ne concludo che le leggi
antiterroriste conducono, a causa del “delitto di appartenenza“, a
criminalizzare le espressioni delle opinioni. Per quanto riguarda gli
altri movimenti di cui lei parla è sufficiente, effettivamente, che se
ne registrino alcune sulla lista delle organizzazioni “terroriste“
perché semplici espressioni di solidarietà con costoro divengano
passibili di sanzioni penali.
Silvia Cattori : lei ha consacrato diversi testi molto
pertinenti alla libertà di espressione [2]
Si prende cura di distinguere diritto e morale. Nota che la censura è
sempre esercitata da coloro che hanno il potere – e che godono della
libertà di espressione – contro coloro che non ce l’hanno.
Domandandosi in nome di quali principi le persone che possono
esprimersi potrebbero avere il diritto d’impedire di farlo ad altri,
lei è condotto a constatare che ogni censura presenta grandi pericoli
e non può alla fine essere giustificata. Può riassumere qui i
principali argomenti della sua riflessione?
Jean Bricmont : per definizione la censura è sempre
esercitata da coloro che hanno il diritto di esprimersi ed impediscono
agli altri di farlo. In generale, si giustifica la censura dicendo che
non si possono lasciare esprimere principi “orribili“. Il problema
principale è che è impossibile applicare questo genere di idee in modo
imparziale, come i principi del nostro diritto esigono. E’ sufficiente
percorrere una biblioteca e leggere i classici del pensiero
occidentale – dalla Bibbia ad Hegel, per esempio – per trovare appelli
all’omicidio, al genocidio, alla guerra santa, testi di un razzismo
straordinario ecc [3].
Io sfido i partigiani della censura a darmi dei principi sui quali
basare questo e che, se applicati imparzialmente, non condurrebbero a
chiudere una buona parte delle nostre biblioteche. Ma in queste
biblioteche si trovano opere “canonizzate“ che non saranno censurate.
Lo saranno solo autori oggi marginali; dunque la censura è sempre
l’arma dei forti contro i deboli. E’ abbastanza tragico constatare che
tanta gente “di sinistra“ pensa, non di meno, di poterla utilizzare.
Questo
fatto è illustrato attraverso la commedia – non c’è altra parola da
usare – che si è recitata, recentemente, attorno alle caricature
antimusulmane [4].
In primo luogo, bisogna sottolineare che le caricature non sono
argomenti; è già un abuso farle passare per una “critica della
religione“. E poi, queste caricature stigmatizzano una comunità (e
avevano evidentemente per scopo di farla reagire, in modo da
emarginarla ancora un po’) . Siccome è una comunità definita dalla sua
religione, si utilizzano argomenti “laici“ per far intendere che non
si tratta di razzismo; tuttavia rimane che si tratta di una comunità
umana. Ora, uno dei grandi progressi culturali di questi ultimi
decenni, è che sia diventato maleducato prendersi gioco di un gruppo
umano quale che esso sia: omosessuali, donne, arabi, neri ecc. ( anche
i belgi ). E’ quello che le persone che vogliono tornare ai bei vecchi
tempi dove ci si poteva apertamente prendere gioco dei gruppi deboli
chiamano il “politicamente corretto“.
Evidentemente, penso che se alcune persone hanno una mentalità
particolarmente arretrata da questo punto di vista, come Charlie
Hebdo, per esempio [5],
devono essere liberi di esprimersi. Ma, come se avessero il sostegno
di tutta la classe politica ed intellettuale, non c’è mai stato il
minimo dubbio che le azione promosse contro di loro non arriveranno
allo scopo, il che fa sì che le grida emesse in quest’occasione “per
difendere la libertà d’espressione“ fossero perfettamente ipocrite.
Allorché ci sono persone in Francia che si fanno tacere, che si
perseguono o che si emarginano (principalmente grazie all’accusa di
antisemitismo, e non penso solo ai negazionisti, ma a gente come Edgar
Morin o Pascal Boniface) , in quel caso si sentono molto meno i
“difensori della libertà d’espressione “ che si sono mobilitati per
Charlie Hebdo [6].
Silvia Cattori: si può lasciare un avversario insultare,
umiliare, profanare senza limiti? Difendere la libertà di dire tutto
non comporta dei rischi?
Jean Bricmont: bisogna distinguere gli insulti personali o le
diffamazioni, contro le quali possono essere evidentemente esprsse
doglianze, e le asserzioni a carattere generale sulla storia, le idee,
o le religioni. Che vi siano rischi nella libertà d’espressione è
evidente; ma tutta la storia della censura mostra che anche questa ne
comporta. Lo scopo del diritto è di difendere il minore dei mali, non
di stabilire la perfezione, che non è di questo mondo.
Per quel
che concerne il diritto alla profanazione, questo diritto
evidentemente esiste. Non c’è che da vedere il modo in cui musulmani o
cristiani “fondamentalisti“ sono regolarmente insultati. Ciò è
possibile solo perché questi ultimi sono deboli. E’ per contro
rischioso prendersi gioco di ciò che si potrebbe chiamare la religione
laica dell’Occidente, sapendo che siamo buoni e che dobbiamo
intervenire un po’ dappertutto nel mondo, soprattutto nelle nostre ex
colonie, per arrestare nuovi genocidi e nuovi Hitler.
Silvia Cattori: nel quadro della sua riflessione sui
principi ed i limiti della libertà d’espressione, si è interessato ad
una controversia che ha opposto, alla fine degli anni settanta, il suo
amico Noam Chomsky a Pierre Vidal-Naquet. Su cosa si incentrava la
controversia, e quali punti di principio riguardanti la libertà di
espressione contribuì a chiarire?
Jean Bricmont: non sono sicuro si possa parlare di
“controversia“, perché questo suppone posizioni ben definite e io non
so bene quali posizioni avesse Vidal-Naquet. Allorché Faurisson, che
era professore di letteratura a Lione, ha reso pubbliche le sue vedute
sulle camere a gas (sostiene che non sono mai esistite) , è stato
rapidamente sospeso dall’insegnamento e perseguitato in modi diversi.
Circolava allora una petizione, che chiamava a difendere i suoi
diritti, siglata da 500 persone, di cui Chomsky. Questa petizione era
neutra per quanto concerneva la validità delle affermazioni di
Faurisson; quello che Vidal-Naquet aveva giudicato “scandaloso“ e ciò
che aveva portato Chomsky ad un lungo scambio epistolare con
Vidal-Naquet era altro. Ma evidentemente, come fa notare Chomsky,
allorché si difende la libertà d’espressione di qualcuno, si lascia da
parte il contenuto dei testi incriminati. Difendere un’espressione
d’opinione non equivale a giudicarla. Discutere del substrato
renderebbe d’altro canto impossibile una tale difesa, e non sarebbe
che mancanza di tempo per esaminarli, magari perché sono scritti in
russo o in cinese. Chomsky ha, d’altro canto, firmato numerose
petizioni per dissidenti nei paesi dell’est, sia ignorando i loro
punti di vista, sia conoscendoli bene ed essendo in totale disaccordo
con essi, ma senza mai, di certo, esprimere la minima opinione a
riguardo. In quel caso questo non gli è mai stato rimproverato, almeno
in occidente.
Chomsky ha
in seguito dato ad uno dei suoi amici dell’epoca Serge Thion – che
conosceva a causa della loro comune opposizione alla guerra del
Vietnam – uno scritto corto che riprendeva i suoi argomenti in merito
alla libertà d’espressione. Gli ha detto di farne quel che voleva. Ma
Thion si era, all’epoca, avvicinato a Faurisson e ha messo questo
testo come “Avviso“ all’inizio di “Memorie a difesa“ pubblicato da
Faurisson per rispondere alle persecuzioni giudiziarie di cui era
oggetto. Ciò ha avuto per risultato che Chomsky è stato ostracizzato
in Francia per lungo tempo ed in certi ambienti continua ad esserlo.
Poiché
Vidal-Naquet si era in principio opposto alle leggi che reprimono la
libertà d’espressione, come la legge Gayssot, non si può dire che ci
fosse veramente una “controversia“ tra lui e Chomsky. Semplicemente,
Chomsky adottava un atteggiamento di principio, che consisteva nel
difendere la libertà d’espressione anche per le persone con cui è in
disaccordo, mentre Vidal-Naquet esprimeva, al contrario, la sua
“indignazione“ in diversi modi, ma senza adottare una posizione ben
definita (per esempio in favore della censura). Bisogna dire che
questa postura è abbastanza frequente tra i “democratici“ che sono una
volta contro la censura e l’altra contro e si oppongono realmente, o –
cosa che faceva anche Vidal-Naquet, così come Finkielkraut – che
negano che vi sia censura allorché qualcuno è perseguito davanti i
tribunali per le sue opinioni.
Silvia Cattori: ci sono parole, come “rosso-nero”,
“antisemita”, “negazionista”, “revisionista”, che ritornano sovente
nel dibattito politico. E’ così che, durante gli anni di guerra e di
terribili atrocità nel Medio Oriente, che hanno messo la
responsabilità di Israele al centro del dibattito, abbiamo visto le
associazioni moltiplicare gli appelli alla vigilanza [7]
contro una pretesa avanzata dell’”antisemitismo”. Queste parole
spauracchio non sono usate come armi per soffocare la voce,
distruggere la carriera e la reputazione di coloro che denunciano in
maniera forte la politica di apartheid e di pulizia etnica condotta
dallo Stato d’Israele? Questo modo di ostracizzare, non è
l’illustrazione della regressione, preoccupante, della libertà
d’espressione? Si tratta di una situazione che tocca, particolarmente,
la Francia?
Jean Bricmont : non commenterò gli esempi che lei cita, ma
l’idea generale è corretta: se si vuole eliminare qualcuno dal
dibattito, lo si taccia sia di “stalinismo”, sia di
“antisemita–nazi–negazionismo”; “rosso – nero” ha il vantaggio di
combinare le due accuse. Si può anche veder accusare uno di aver
incontrato qualcuno che è negazionista/staliniano o di aver delle
simpatie per il soggetto X, eccetera. O, ancora, di “mancare di
vigilanza” di fronte al “fascismo”; evidentemente, questa vigilanza si
esprime con molto meno forza allorché un uomo politico israeliano –
come Avigdor Lieberman [8]
– mantiene propositi apertamente razzisti e raccomanda l’epurazione
etnica, od allorché un uomo politico americano – come John Hagee [9]
– propone di distruggere la moschea di Al–Aqsa. Le cose che si pensa
suscitino maggiormente la nostra disapprovazione sono le “piccole
frasi” di Le Pen, che, contrariamente alle persone succitate, è
allontanato da ogni potere e, in particolare, da qualsiasi arma di
distruzione di massa.
Silvia Cattori: in questo contesto, cosa pensa lei
dell’uso che si fa della legge Gayssot? [10]
Jean Bricmont: il significato della legge Gayssot non viene,
principalmente, dal suo contenuto – proibire di mettere in discussione
alcuni aspetti del processo di Norimberga – ma dalla sua semplice
esistenza. In effetti, questa legge va contro ogni principio del
nostro diritto. E’ una vera e propria “lettre de cachet “ (n.d.t.:
lettera con sigillo reale, recante un ordine di imprigionamento od
esilio), una regressione giuridica di molti secoli. Attraverso la sua
stessa esistenza, questa legge subordina la libertà di espressione e
di pensiero alle istituzioni giuridiche che la applicano ed ai gruppi
che esigono la sua applicazione. Una volta ammesso un tale principio,
è grande il rischio di veder estendere la sua applicazione al di là
del suo oggetto originario, il processo di Norimberga. Delle aggiunte,
delle interpretazioni abusive, rischiano di minacciare altre opinioni,
come si vede con il dibattito a proposito del colonialismo o del
genocidio degli Armeni. Infine, esercita una sottile intimidazione,
mostrando la forza dei gruppi di espressione sionisti, che non esitano
ad identificare la critica ad Israele con l’”antisemitismo” e, per
questa via, con la negazione della “soluzione finale”. E’ un segnale
indiretto, che mostra come la difesa dei diritti dei Palestinesi
rischi di scontrarsi con dei gruppi di pressione capaci di distruggere
la reputazione e persino la carriera dei loro avversari, per non
parlare delle persecuzioni giudiziarie più o meno arbitrarie, anche se
costoro accettano, come sono, in generale, pronti a fare,
l’integralità del processo di Norimberga.
Ma c’è un
problema più profondo di questa legge, dal sapore della
predisposizione d’animo, di cui uno degli effetti è proprio
l’accettazione di questa legge da parte della sinistra. E’ l’idea che
si rifiuti di parlare con X o con Y perché costoro sarebbero
“razzisti”, “fascisti”, “nazionalisti”, “giustificanti
l’ingiustificabile”, o che so io. L’argomento che si propone più
spesso è che, se si parla con lui, si “legittima” il nemico. Io
rifiuto radicalmente questo genere di atteggiamento – ho già parlato
ad un gruppo musulmano “radicale”, dibattuto con un “nuovo filosofo”,
discusso in una sinagoga, in un tempio protestante, così come ad una
radio cattolica, mi sono confrontato con rappresentanti del partito
democratico e del partito repubblicano americani, eccetera.
E’,
evidentemente, quando si discute con gli avversari, non con gli amici,
che si è obbligati ad affinare gli argomenti e, qualche volta, a
ritornare sulle proprie posizioni. Supponiamo che io discuta con Le
Pen (cosa che non farei mai, perché non sono competente in materia di
immigrazione, che è il suo principale cavallo di battaglia); io sono
sicuro che mi si rimprovererebbe di legittimarlo; ma agli occhi di
chi? Rappresenta circa il 20% dei francesi, ed io sono solo un
semplice individuo.
A sinistra
si fa come se l’essenziale non fosse l’opinione pubblica realmente
esistente, che bisogna cercare di influenzare – attraverso
l’argomentazione ed il dibattito – ma una divinità, agli occhi della
quale noi siamo i buoni, e che sarebbe offesa se cominciassimo a
parlare con i “cattivi”. Il risultato di questa mentalità è un clima
di intolleranza nella sinistra, soprattutto dell’estrema sinistra, che
fa sì che si dibatta molto poco, anche con persone che non sono poi
così lontane da noi, e che gli argomenti non cessino di indebolirsi e
le idee di divenire dogmi. E, più gli argomenti si indeboliscono, più
si ha paura del dibattito. E intanto, il nostro avversario si
rafforza.
Silvia Cattori: non si è rapportati all’utilizzo dei
metodi mafiosi nel quadro di questa “lotta contro l’antisemitismo” che
serve, largamente, di copertura ad altri obiettivi? La posta in gioco
non è forse il controllo dell’informazione? Le persone o i gruppi che
gettano l’accusa sugli altri invocando la lotta contro il fascismo,
non adottano, in realtà, delle metodiche fasciste?
Jean Bricmont: la “lotta contro l’antisemitismo” si persegue,
ai giorni nostri, un po’ come la “lotta all’anticomunismo” che si
perseguiva nei paesi dell’Est, con, temo, gli stessi risultati. Voglio
dire che, al posto di dibattere e di argomentare, si intimidisce, si
cita avanti i Tribunali, si fanno tacere le persone, eccetera. Si
gioca sulla cattiva coscienza. Tutto questo funziona perfettamente,
per un po’ di tempo. Ma tutti coloro che hanno studiato almeno un po’
la storia delle monarchie assolute, delle religioni di stato o dei
partiti unici avranno dei dubbi sulla permanenza dei risultati di
questa strategia. Bisogna ascoltare non solo ciò che viene detto
pubblicamente, ma anche ciò che si dice in privato, nelle strade e nei
bar, e che nessuno può controllare. Utilizzare la “lotta contro
l’antisemitismo” per proteggere Israele è doppiamente criminale: da
una parte, per i Palestinesi, ma anche per le persone di origine
giudaica che rischiano, a lungo andare, di essere vittime di una tale
strategia.
Silvia Cattori: se queste leggi sono ingiuste, allorché
permettono ad una maggioranza di gettare il sospetto o la calunnia su
una minoranza, perché nessun partito non si è mai opposto? Come può
essere che nessun gruppo si sia mobilitato per rifiutare tali anatemi,
e cambiare o eliminare queste leggi? Per aver largamente contribuito
ad introdurle, la sinistra non ha una particolare responsabilità?
Jean Bricmont : bella domanda. Io penso che alcuni uomini
politici si siano opposti alla legge Gayssot, Toubon per esempio, se
non mi sbaglio. Ma non ne conosco a sinistra. Il problema viene dalla
metodologia dell’antifascismo. Sessant’anni dopo la fine della guerra,
molte persone – soprattutto nell’estrema sinistra – adorano giocare
agli eroi prendendo grandi posture “antifasciste”. Il che porta un
buon numero di persone ad approvare metodi diciamo fascistoidi (la
censura) per combattere persone deboli ed emarginate (come Faurisson)
mentre i nostri antenati, che erano realmente antifascisti, dovevano
affrontare avversari ugualmente potenti e feroci, e, in particolare,
si scontravano, nei paesi fascisti od occupati, contro una censura
permanente.
Ciò detto,
io penso che vi sia un partito che si è sempre opposto a queste leggi
e che ne ha chiesto l’abrogazione: il Fronte Nazionale. Mi si dirà che
è perché sono, segretamente, negazionisti. Ma la reazione è diversa,
poco importa quali siano le loro intenzioni. Ciò che è tragico e che,
per parafrasare Chomsky, torna a rendere un triste omaggio alle
vittime della “soluzione finale”, è aver creato una situazione ove il
monopolio della difesa della libertà di espressione è lasciata ai
“fascisti”.
Silvia Cattori: nel caso della guerra contro la Serbia,
non vi è stata una campagna che associava i Serbi agli orrori del
nazismo per poter giustificare, agli occhi dell’opinione pubblica, i
bombardamenti della NATO e che permetteva, poi, di ostracizzare tutti
coloro che contestavano questa guerra?
Jean Bricmont: evidentemente, è sempre la stessa cosa. I
Serbi erano deboli, isolati, si poteva dire qualsiasi cosa nei loro
confronti, sempre prendendo posizioni eroiche di lotta contro questo
“fascismo che ritorna” [11].
Per contro, se lei compara la politica israelo-americana a quella di
Hitler – a torto, secondo me – è immediatamente accusato di
banalizzare il nazismo.
Silvia Cattori: ritorniamo su questa questione degli
amalgami. Si è associato Milosevich ad Hitler, per fare la guerra ai
Serbi, poi Saddam Hussein ad Hitler. E, oggi, apparentemente è il
turno dell’Iran. Deformare ciò che dicono le persone, associarle al
nazismo, non prepara ogni volta l’opinione pubblica ad aderire ad una
nuova guerra? Non si sentono, ogni giorno, giornalisti martellare che
il presidente iraniano ha chiamato a “cancellare Israele dalla carta
geografica” a dispetto del fatto che – testo farsi alla mano – è stato
dimostrato che le sue parole dicevano “Khomeiny ha detto che questo
regime che occupa Gerusalemme deve sparire dalle pagine del tempo” [12],
il che era tutt’altra cosa. Risultato, l’idea si è installata come una
“verità”: “Ahmadinejad, negazionista e novello Hitler, si appresta ad
annientare Israele con le armi nucleari”. Queste deformazioni sono
intenzionali, secondo lei? Non divengono altrettanto efficaci che se
brandissero l’accusa di “negazionismo”? Un ristabilimento della
libertà di espressione su argomenti divenuti tabù sarebbe suscettibile
di fornire un antidoto a simili derive?
Jean Bricmont : la censura basata sulla legge Gayssot in
Francia ha giocato un ruolo chiave in questa faccenda. Prima di tutto,
non vedo perché i negazionisti dovrebbero andare a riunirsi in Iran,
se potessero farlo liberamente – e nella generale indifferenza – a
Parigi. E poi, veda un istante le cose dal punto di vista iraniano; io
di questo ho discusso con degli iraniani. In Occidente, si ripete
loro, dal mattino alla sera, che “noi” siamo superiori a loro, perché
rispettiamo i diritti dell’uomo, e loro no [13].
Come evitare che essi si impadroniscano della legge Gayssot, e di
altre leggi simili, che violano manifestamente l’articolo 19 della
Dichiarazione Universale – quello che garantisce la libertà di
espressione – per fornire una risposta tattica? Basta pensare cinque
minuti alla psicologia umana per capire questo. Tutto ciò potrebbe
rimanere al livello di una disputa ideologica, o anche verbale, se la
macchina della propaganda occidentale, alternata sovente da “movimenti
per la pace” o “della difesa dei diritti dell’uomo” non se ne
impossessasse per impedire ogni movimento di opposizione ad una
possibile guerra contro l’Iran, come è successo per la guerra contro
l’Irak. Se, un domani, l’Iran fosse attaccato “a sorpresa”, sono certo
che una buona parte della sinistra occidentale resterà muta, ed
accuserà ogni persona che protesta di “complicità” con la “negazione
dell’olocausto” o con la “volontà di cancellare Israele della carta
geografica”.
Per quanto
mi riguarda, nel mondo di oggi, con la sua moltitudine di problemi –
riscaldamento climatico, crisi dell’agricoltura, militarizzazione
dello spazio, esaurimento delle risorse – che non hanno nulla a che
vedere con il fascismo, ciò che le persone pensano della “seconda
guerra mondiale” (come della prima, di Stalin o di Napoleone) è
l’ultimo dei miei pensieri. Bisogna distinguere le domande che possono
avere un qualche interesse storico dalle domande che hanno un
interesse politico e che, per definizione, riguardano il presente.
Certamente,
lo studio della storia può chiarire il presente, ma bisogna evitare di
voler semplicemente rivivere il passato, “combattendo contro il
fascismo”, o “lottando contro il totalitarismo” [14],
o ancora conducendo, in eterno, guerre coloniali. Se degli individui
avessero nel loro programma politico di restaurare, nel mondo attuale,
il fascismo, o lo stalinismo, o il colonialismo, così come sono
esistiti in passato, allora ciò avrebbe effettivamente avuto un
significato politico, ma sarebbero dei folli, e non effettivamente
pericolosi.
C’è una
perniciosa tendenza nella psicologia umana che ci spinge a voler
“risolvere” i problemi del passato e, ciò facendo, a crearne degli
altri. Si può pensare al modo in cui i Tedeschi hanno imposto
condizioni molto dure alla Francia dopo la sconfitta del 1870, che
era, per loro, un modo per “risolvere” la minaccia che aveva
rappresentato Napoleone; ma queste condizioni sono state una delle
fonti della prima guerra mondiale; ciò ha condotto al Trattato di
Versailles, che è stato un modo, per i Francesi, di “risolvere” il
problema del nazionalismo tedesco. Invece di risolvere, il Trattato ha
invece incoraggiato il nazismo. Dopo il 1945, si è “risolto” il
problema delle persecuzioni antiebraiche, sparite, essenzialmente,
all’epoca, creando lo Stato di Israele, il che non ha fatto che
generare nuovi problemi che restano irrisolti ai giorni nostri.
A proposito
dell’Iran, ciò che bisogna sottolineare prima di tutto è che
l’Occidente, con la sua politica dalla vista corta e la sua sete di
petrolio, ha fatto rovesciare Mossadegh nel 1953 ed ha sostenuto, in
quel Paese, una dittatura impopolare quale quella dello Shah, il cui
rovesciamento nel 1979 ha portato al potere i Mullah che le anime
candide amano tanto denunciare al giorno d’oggi. Mi sembra che questo,
unito al disastro che gli Stati Uniti hanno creato in Irak, dovrebbe
essere sufficiente a incitarci ad un po’ più di modestia riguardo ai
nostri interventi “umanitari”.
D’altro
canto, mi auguro effettivamente che la scienza finisca per “vincere le
tenebre” – religiose – per riprendere la bella divisa dell’Università
Libera di Bruxelles, coma ha fatto da noi, dopo molti anni di lotta.
Io penso che alla fine ce la farà, anche nel mondo musulmano. Ma la
sola cosa che possiamo fare per avanzare in questa direzione è offrire
una cooperazione sincera allo sviluppo economico e culturale nel terzo
mondo, disarmare e cessare le nostre ingerenze e le nostre minacce.
Ovverosia, fare più o meno l’opposto di ciò che le persone che danno
prova di “vigilanza contro il fascismo” contro l’Iran propongono di
fare. Il loro atteggiamento non è, per me, che un modo di darsi grandi
arie di superiorità a buon mercato.
Silvia Cattori: la sua maniera di soffermarsi su queste
questioni, che toccano i diritti fondamentali, il rispetto e la
dignità delle persone, è abbastanza rara. Lei pensa che oggi la
maggioranza delle persone sia in grado di percorrere la stessa
direzione della sua riflessione? E’ possibile immaginare che coloro
che, da tempo, fanno mestiere dell’ostracismo, della demonizzazione e
della disumanizzazione dei loro avversari cambieranno la loro ottica?
Jean Bricmont : io non penso affatto che la mia posizione sia
“rara”. E’ rara nella “bolla” , come direbbe Jean–François Kahn, del
mondo politico–mediatico, ed intellettuale. Ma l’uomo della strada è,
in generale, ostile alla politica israeliana, vede molto bene le
manovre dei gruppi di pressione che impediscono di discutere
apertamente, ed è perfettamente d’accordo con la libertà di
espressione, una volta che la distinzione fra calunnie o diffamazioni
e manifestazione del pensiero sia chiarita. D’altro canto, quando io
discuto di libertà di espressione con i giovani, non ho alcun
problema. Ne ho con le persone della mia generazione, quelle del ’68,
ma anche quelle del “dispiacere e della pietà”, una generazione che ha
dapprima utilizzato gli orrori della guerra per rivoltarsi a buon
mercato contro la generazione precedente e che, in seguito, ha
utilizzato la mitologa dell’antifascismo per discreditare ogni
politica indipendente della Francia, e giustificare il suo progressivo
allineamento alla politica americana ed israeliana, politiche che
rischiano davvero di tuffare nuovamente il mondo in disastri senza
fine e in orrori che abbiamo giurato di non far accadere mai più.