IL REVISIONISMO
E LA PROMOZIONE
DELLA PACE
Di Harry Elmer
Barnes (1958)
Durante gli ultimi quarant’anni, o giù di lì, il revisionismo è
diventato un termine da battaglia. Per i cosiddetti revisionisti, esso
significa una ricerca onesta della verità storica e lo sbugiardamento
di quei miti ingannevoli che costituiscono una barriera per la pace e
la buona volontà delle nazioni. Agli occhi degli anti-revisionisti,
questo termine sa di cattiveria, di spirito di vendetta, e di voglia
dissacrante di calunniare i benefattori del genere umano.
In realtà, il revisionismo non significa niente di più o di meno che
lo sforzo di correggere i giudizi storici alla luce di una quantità di
fatti più esauriente, di un clima politico più sereno, e di un
atteggiamento più obbiettivo. Tutto questo accade sin dall’epoca in
cui Lorenzo Valla (1407-1457) smascherò la falsa “Donazione di
Costantino” - che costituiva una delle pietre miliari della
rivendicazione papale del potere temporale – quel Lorenzo Valla che in
seguito richiamò l’attenzione sui metodi inaffidabili di Tito Livio
nel trattare la storia romana antica. In realtà, l’impulso alla
revisione storica risale a molto tempo prima del Valla, ed è
proseguito nelle epoche successive. Esso è stato utilizzato nella
storia americana molto prima che il termine entrasse, in seguito alla
Prima Guerra Mondiale, nell’uso comune.
Il revisionismo è stato applicato molto frequentemente ed
efficacemente per correggere i giudizi storici sulle guerre perché la
verità è sempre la prima vittima della guerra, perchè le interferenze
e le distorsioni emotive nelle opere storiche in tempo di guerra sono
pesanti, e perché sia l’esigenza che l’opportunità di correggere i
miti storici sono evidenti soprattutto in relazione alle guerre.
Il revisionismo venne applicato molti anni fa alla Rivoluzione
Americana. A cominciare dagli scritti di uomini come George Louis
Beer, venne mostrato che la politica commerciale inglese verso le
colonie non fu così dura e selvaggia come era stata dipinta da George
Bancroft e da altri esponenti dei primi storici ultra-patriottici.
Altri ancora dimostrarono che le misure inglesi imposte alle colonie,
dopo la fine della guerra con i francesi e con gli indiani, erano
compatibili con il sistema costituzionale inglese. Infine, Clarence W.
Alvord evidenziò che l’Inghilterra era più preoccupata del destino
della Mississippi Valley di quanto lo fosse per i disordini relativi
alla Legge sulla Stampa, al Massacro di Boston, e alla Festa del Tè di
Boston.
Anche la guerra del 1812 venne sottoposta ad analoghe puntualizzazioni
revisioniste. Henry Adams rivelò che Timothy Pickering e i federalisti
estremamente ostili alla guerra esercitarono un ruolo decisivo
nell’incoraggiare gli inglesi a continuare la loro oppressiva politica
commerciale, una politica che aiutò i “falchi” americani a portare in
guerra il paese. Essi falsarono la politica commerciale e navale di
Jefferson ad un livello quasi proditorio. Più recentemente, Irving
Brant, nella sua importante biografia di Madison, ha mostrato che
Madison in realtà non venne spinto in guerra contro le sue personali
convinzioni da Clay, da Calhoun e dai “falchi”, ma prese la decisione
di fare la guerra in base alle sue convinzioni personali.
La Guerra Messicana è stata trattata dai revisionisti in modo
specifico. Per molto tempo, gli storici che cercavano di correggere le
passioni belliciste del 1846 criticarono Polk e il partito della
guerra come dei guerrafondai irresponsabili, spinti dall’ambizione
politica, che piombarono senza giustificazioni su un piccolo paese
inerme. Poi, nel 1919, arrivò Justin H. Smith il quale, nel suo
The War With Mexico, mostrò che da
parte di Santa Ana e dei messicani c’erano state arroganza, ostilità e
provocazioni in abbondanza.
“La guerra sbagliata”
Mentre il termine “revisionismo” è stato poco usato in relazione allo
svolgimento della guerra vera e propria, le cause della Guerra Civile
[americana] hanno costituito il campo di una ricerca e di una messa a
punto revisioniste molto più estese, anche rispetto a quanto venne
fatto poi riguardo alle cause delle due Guerre Mondiali. Questo
divenne chiaro nel 1946 grazie alla straordinaria sintesi, fatta dal
prof. Howard K. Beale, degli studi revisionisti sull’avvento della
Guerra Civile. Il frutto di questi studi eruditi dimostrò che la
Guerra Civile, analogamente alla definizione data dal generale Bradley
della Guerra di Corea, fu “la guerra sbagliata, nel posto sbagliato e
nel momento sbagliato”. Le teste calde di entrambe le parti portarono
alla guerra, quando un giudizioso autocontrollo avrebbe potuto
facilmente evitare la catastrofe. Il professor William A. Danning e i
suoi studenti della Columbia University applicarono in modo rigoroso
il revisionismo al periodo postbellico della Guerra Civile e alle
vendicative misure di ricostruzione, pilotate attraverso il Congresso,
di Charles Sumner e di Thaddeus Stevens. La loro opinione venne
divulgata dal libro The Tragic Era, di
Claude Brower.
Gli storici revisionisti affrontarono presto la propaganda riguardante
la Guerra Ispano-Americana, che era stata fomentata da Hearst e
Pulitzer, e che venne sfruttata nel 1898 dalla fazione favorevole alla
guerra presente nel partito repubblicano. James Ford Rhodes dimostrò
come McKinley, pur avendo ottenuto il totale assenso degli spagnoli
alle sue richieste, nascose al Congresso la loro capitolazione
chiedendo la guerra. Ulteriori ricerche hanno rivelato che non vi sono
assolutamente prove definitive del fatto che gli spagnoli affondarono
la corazzata Maine, e hanno mostrato che Theodore Roosevelt iniziò la
guerra in modo decisamente illegale, con un ordine abusivo
all’ammiraglio Dewey di attaccare la flotta spagnola a Manila mentre
il ministro Long era fuori del suo ufficio. Julius H. Pratt e altri
hanno smascherato l’irresponsabilità guerrafondaia dei “falchi” del
1898, “falchi” quali Theodore Roosevelt, Henry Cabot Lodge e Albert J.
Beveridge, e hanno individuato la responsabilità primaria
dell’ammiraglio Mahan per la filosofia espansionista su cui si fondò
l’ascesa dell’imperialismo americano.
Quindi, molto prima che l’Arciduca austriaco venisse assassinato dai
congiurati serbi il 28 Giugno del 1914, il revisionismo aveva una
storia lunga e significativa ed era stato utilizzato in tutte le
guerre importanti in cui gli Stati Uniti erano entrati. Applicato
all’estero, alla guerra franco-prussiana, dimostrò che la causa
scatenante era da attribuire alla Francia, piuttosto che a Bismarck e
ai prussiani. Ma fu la Prima Guerra Mondiale che fece entrareil
termine “revisionismo” nell’uso comune. Questo accadde perché molti
volevano utilizzare gli studi storici sulle cause della Guerra come
base per una revisione del Trattato di Versailles, che era stato
redatto in base alla totale accettazione della teoria dell’esclusiva
responsabilità austriaco-tedesca per lo scoppio della Guerra Europea
all’inizio dell’Agosto del 1914.
A quell’epoca, i nuovi sistemi di comunicazione, il giornalismo di
massa e la grande maestria nelle tecniche di propaganda permisero agli
antagonisti di eccitare l’opinione pubblica e l’odio di massa come mai
in precedenza nella storia delle guerre. Il libro Five
Weeks [Cinque settimane], di Jonathan French Scott, rivelò il
modo in cui la stampa aveva fomentato gli odi nel Luglio del 1914.
L’intensità delle passioni negli Stati Uniti è stata recentemente
ricordata in modo notevole da H. C. Peterson in Opponents
of War, 1917-1918 [Nemici di guerra,
1917-1918]. Come C. Hartley Grathan, il sottoscritto, e altri ancora
fecero notare, gli storici si aggregarono alla propaganda con grande
zelo e impetuosità. Venne creduto quasi universalmente che la Germania
era interamente responsabile non solo dello scoppio della guerra nel
1914 ma anche dell’entrata in guerra dell’America nell’Aprile del
1917. Chiunque osasse dubitare pubblicamente di questo dogma popolare
rischiava guai seri, e Eugene Debs venne fatto mettere in prigione
dall’uomo che aveva proclamato che la Guerra era fatta per rendere il
mondo più sicuro per la democrazia. Il crimine di Debs fu quello di
aver detto che la Guerra aveva una motivazione economica, esattamente
quello che lo stesso Wilson aveva dichiarato in un discorso il 5
Settembre del 1919.
Non c’è spazio qui per entrare nel merito degli studi revisionisti
sulle cause della Prima Guerra Mondiale. Possiamo solo illustrare la
situazione citando qualcuno dei miti più notevoli, e il modo in cui
vennero liquidati dai revisionisti.
Il mito del
Consiglio della Corona
L’accusa più devastante portata contro la Germania fu che il Kaiser
aveva riunito, il 5 Luglio del 1914, un Consiglio della Corona dei
principali funzionari di governo, ambasciatori e finanzieri, rivelando
loro che stava per gettare l’Europa in guerra, e dicendo di tenersi
pronti per il conflitto. I finanzieri avrebbero chiesto due settimane
di proroga, per poter chiedere la restituzione dei prestiti e per
vendere le obbligazioni. Il Kaiser accolse la richiesta e se ne andò
in vacanza il giorno successivo in una crociera molto pubblicizzata.
Questa sarebbe stata concepita per dare all’Inghilterra, alla Francia
e alla Russia un falso senso di sicurezza mentre la Germania e
l’Austria-Ungheria si sarebbero tenute pronte a balzare su un’Europa
impreparata e ignara. La prima formulazione completa di quest’accusa
apparve nell’Ambassador Morgenthau’s Story,
che venne scritta da un ghost-writer come Burton J.
Hendrick, un importante giornalista americano.
Il professor Sidney B. Fay, il principale revisionista americano che
si è occupato dello scoppio della guerra nel 1914, riuscì a provare
dai documenti disponibili che questa leggenda del Consiglio della
Corona era un mito completamente inventato. Alcune delle persone che
si riteneva fossero presenti alla riunione del Consiglio non erano a
Berlino, all’epoca. Il vero atteggiamento del Kaiser riguardo al 5
Luglio fu totalmente diverso da quello dipinto nella leggenda, e non
vi fu nessuna manovra finanziaria, come era stato invece insinuato. Ma
passò molto tempo prima che venisse rivelato il modo in cui Morgenthau
era venuto a conoscenza di questa storia. Egli era conosciuto per
essere un uomo d’onore, e neppure i critici più severi della leggenda
lo accusarono di aver deliberatamente inventato e diffuso una
menzogna.
Molti anni dopo, Paul Schwarz, che era il segretario particolare
dell’ambasciatore tedesco a Costantinopoli, il barone Hans von
Wangenheim, rivelò i fatti. Von Wangenheim aveva un’amante a Berlino
e, durante i primi giorni della crisi del 1914, ella gli chiese di
tornare immediatamente a Berlino per definire con lei certe questioni
importanti. Egli accettò e, per nascondere alla moglie la vera ragione
del suo viaggio, le disse che il Kaiser lo aveva improvvisamente
convocato a Berlino. Al suo ritorno, parlò a sua moglie del fantasioso
Consiglio della Corona, che si era inventato. Poco dopo questa storia,
con sua moglie al fianco, von Wagenheim incontrò Morgenthau, allora
ambasciatore americano a Costantinopoli, in un ricevimento
diplomatico. Morgenthau aveva sentito del viaggio di von Wagenheim a
Berlino e lo spronò a raccontargli quello che era successo. In quelle
circostanze, von Wagenheim poteva solo ripetere la leggenda che aveva
raccontato a sua moglie. Fino a che punto l’alcol potè allentare il
suo riserbo e quanto Morgenthau e Hendrick poterono amplificare quello
che von Wagenheim aveva davvero detto a Morgenthau, non si sa e
probabilmente non si saprà mai.
Questa storia fantasiosa, inventata di sana pianta, indica la
necessità della storiografia revisionista e dimostra fino a che punto
degli eventi gravi e tragici possano dipendere dalle invenzioni più
lampanti. Poiché il libro di Morgenthau non apparve prima del 1918, il
suo racconto del fittizio Consiglio della Corona ebbe una grande
influenza alla fine della guerra sulla propaganda Alleata contro la
Germania. Venne utilizzato nella campagna di Lloyd George del 1918,
che chiedeva l’impiccagione del Kaiser, e dagli artefici più
vendicativi del Trattato di Versailles. E’ sicuramente possibile che
senza una propaganda del genere questi ultimi non sarebbero riusciti a
inserire nel Trattato la clausola della colpevolezza. Poiché gli
storici concordano che fu il Trattato di Versailles a spianare la
strada alla Seconda Guerra Mondiale, lo sciagurato alibi di von
Wagenheim del Luglio del 1914 può aver avuto una qualche relazione
diretta con il sacrificio di milioni di vite e con le astronomiche
spese di guerra fatte a partire dal 1939, con la possibilità che la
conseguenza ultima potrebbe essere lo sterminio di gran parte del
genere umano mediante una guerra nucleare.
Un’altra notizia che venne utilizzata per infiammare l’opinione
pubblica contro i tedeschi fu la loro invasione del Belgio. La
propaganda Alleata presentò questa cosa come la ragione principale per
l’entrata in guerra dell’Inghilterra e come la prova definitiva
dell’accusa che i tedeschi non rispettavano il diritto internazionale
o i diritti delle piccole nazioni. Gli studiosi revisionisti provarono
che [anche] gli inglesi e i francesi avevano preso in considerazione
per qualche tempo l’idea di invadere il Belgio nell’eventualità di una
guerra europea, e che dei funzionari inglesi avevano viaggiato per il
Belgio esaminando attentamente il terreno per valutare tale
eventualità. Inoltre, i tedeschi si offrirono di rispettare la
neutralità del Belgio in cambio della neutralità inglese rispetto alla
Guerra. Infine, John Burns, uno dei due membri del Gabinetto inglese
che avevano rassegnato le dimissioni quando l’Inghilterra decise di
entrare in guerra nel 1914, mi disse personalmente nell’estate del
1927 che la decisione del Gabinetto in favore della guerra era stata
presa prima che venisse detta una sola parola sulla questione belga.
L’anno seguente, il Memorandum sulle Dimissioni del famoso John
Morley, l’altro membro del Gabinetto che si era dimesso nel 1914 per
protesta contro la politica di guerra, confermò pienamente la versione
di Burns.
I racconti di
atrocità
Una terza imputazione fondamentale che produsse odio contro i tedeschi
nella Prima Guerra Mondiale fu l’accusa che avevano commesso atrocità
contro le popolazioni civili di una brutalità senza paragoni, in
particolare in Belgio – in genere vennero accusati di aver mutilato
bambini, donne e persone inermi. Si disse che avevano utilizzato i
cadaveri dei soldati tedeschi e Alleati per produrre fertilizzanti e
sapone, e di essersi comportati in altre circostanze come bestie
inumane. Il rinomato pubblicista inglese Lord James Bryce venne
indotto a prestare il proprio nome per avvalorare questi racconti di
atrocità. Dopo la Guerra, un gran numero di libri vagliarono questi
resoconti, in particolare i libri Falsehood in
Wartime [Falsità in tempo di guerra] di Sir Arthur Ponsonby, e
Atrocity Propaganda di James Morgan Read. La Prima
Guerra Mondiale non fu una scampagnata, ma nessuno studioso informato
crede più che ci fosse del vero in gran parte delle presunte atrocità,
o che i tedeschi furono più colpevoli di altri in fatto di atrocità.
Studiosi e pubblicisti che erano stati ridotti al silenzio durante la
guerra cercarono presto di alleggerirsi la coscienza e di dire le cose
come stavano, dopo la fine delle ostilità. In realtà, Francis Neilson
anticipò molte basilari conclusioni revisioniste nel suo How
Diplomats Make War [Come i diplomatici
fanno la guerra], che venne pubblicato nel 1915 e che può essere
considerato come il primo importante libro revisionista sulle cause
della Prima Guerra Mondiale. Il How the War
Came [Come è arrivata la guerra] di Lord Loreburn, un aspro atto di
accusa contro i diplomatici inglesi, venne pubblicato nello stesso
periodo in cui veniva redatto il Trattato di Versailles.
Il primo studioso americano che sfidò la propaganda di guerra fu il
professore Sidney B. Fay, dello Smith College, che pubblicò una serie
di tre importanti articoli sulla American Historical
Review, a cominciare dal Luglio del 1920. Furono questi
articoli che suscitarono all’inizio il mio interesse per i fatti in
questione. Durante la Guerra, avevo accettato la propaganda; in
realtà, ne avevo scritto un po’ anch’io, sia pure di malavoglia.
Mentre scrivevo, tra il 1921 e il 1924, alcune recensioni e dei brevi
articoli che affrontavano le vere cause della Guerra, iniziai ad
essere totalmente coinvolto nella battaglia revisionista quando
Herbert Croly, del New Republic, mi spinse a
recensire dettagliatamente, nel Marzo del 1924, il libro del professor
Charles Downer Hazen, Europe Since 1815
[L’Europa a partire dal 1815]. Questa recensione suscitò una tale
polemica che George W. Ochsoakes, direttore del New York
Times Current History Magazine, mi
spinse a esporre una sintesi delle conclusioni revisioniste sul numero
di Maggio del 1924. Fu davvero questo a lanciare la battaglia
revisionista negli Stati Uniti.
Anche le più grandi case editrici e i migliori periodici cercarono
vogliosamente del materiale revisionista da pubblicare. Le Origins
of the World War, del professor
Fay, le Roots and Causes of
the Wars [Le radici e le cause delle guerre] di J. S.
Ewart, e il mio Genesis of the World
War, furono i principali libri revisionisti pubblicati nel
1924 negli Stati Uniti da autori americani. I revisionisti americani
trovarono degli alleati in Europa: Georges Demartial, Alfred
Fabre-Luce, e altri, in Francia; Freidrich Stieve, Maximilian
Montgelas, Alfred von Wegerer, Hermann Lutz, e altri, in Germania; e
G. P. Gooch, Raymond Beazley, e G. Lowes Dickinson, in Inghilterra.
Partendo dalle cause della guerra in Europa nel 1914, altri studiosi,
in particolare Charles S. Tansill, Walter Millis, e C. Hartley
Grattan, dissero la verità sull’entrata in guerra degli Stati Uniti.
Mauritz Hallgren produsse il definitivo atto di accusa contro la
diplomazia interventista americana, da Wilson a Roosevelt, nel suo
A Tragic Fallacy [Un tragico errore].
All’inizio, la presa di posizione dei revisionisti fu alquanto
rischiosa. Il professor Fay non fu in pericolo, perché scrisse su una
rivista scientifica che non era letta dal grande pubblico. Ma quando
incominciai ad affrontare l’argomento su dei media letti almeno dallo
strato intellettuale superiore dell’”uomo della strada”, fu un altro
discorso. Ricordo di aver tenuto una conferenza a Trenton, nel New
Jersey, agli inizi del Revisionismo, e di essere stato minacciato
fisicamente da alcuni fanatici che erano presenti. Essi vennero però
intimiditi e dissuasi dal responsabile della serata, un ex governatore
del New Jersey molto rispettato. Anche nell’autunno del 1924, un
uditorio abbastanza intellettuale a Amherst, nel Massachusetts,
divenne turbolento e si calmò solo quando Ray Stannard Baker si
dichiarò fondamentalmente d’accordo con le mie osservazioni.
A poco a poco, l’umore del paese cambiò ma all’inizio esso era animato
più dal risentimento contro i nostri ex alleati che dall’impatto degli
scritti revisionisti. Furono le voci sullo “Zio Shylock” del 1924-27
che cambiarono le carte in tavola. Questa indicazione dell’implicita
ingratitudine degli Alleati per il soccorso americano nella Guerra,
rese l’opinione pubblica desiderosa di leggere e accettare la verità
relativa alle cause, alla condotta, ai meriti, e ai risultati della
Prima Guerra Mondiale. Inoltre, con il passare del tempo, le forti
emozioni del periodo bellico si raffreddarono. Alla metà degli anni
’30, quando apparve il libro Road to War
[La strada verso la guerra] di Walter Millis, venne accolto
favorevolmente da una gran massa di lettori americani e fu uno dei
libri di maggior successo del decennio. Il revisionismo l’aveva
finalmente spuntata.
E’ sicuramente interessante che, nel quadro della violenta ostilità
contro il revisionismo che si è manifestata dopo il 1945, sia iniziato
uno sforzo preciso, da parte di certi storici e giornalisti, di
screditare la letteratura revisionista degli anni 1920-1939, e di
ritornare ai miti del 1914-1920. Questa tendenza è stata sfidata e
confutata in modo devastante dall’eminente studioso revisionista della
Prima Guerra Mondiale Hermann Lutz nel suo libro sull’unità
franco-tedesca (1957), che tiene conto dei materiali più recenti sulla
questione.
Genesi del termine
Come abbiamo già spiegato brevemente, la letteratura storica che cercò
di esporre la verità relativa alle cause della Prima Guerra Mondiale,
venne conosciuta con il nome di revisionismo. Avvenne questo perché il
Trattato di Versailles era stato redatto in base alla tesi
dell’esclusiva responsabilità austro-tedesca per l’avvento della
guerra nel 1914. Alla metà degli anni ’20, gli studiosi avevano
accertato il fatto che la Russia, la Francia e la Serbia erano più
responsabili della Germania e dell’Austria. Quindi, sia dal punto di
vista logico che fattuale-materiale, il Trattato doveva essere rivisto
secondo i fatti portati alla luce. Non accadde nulla del genere, e nel
1933 entrò in scena Hitler per attuare la revisione del Trattato con
la forza, con il risultato di far scoppiare un’altra, più devastante,
guerra mondiale nel 1939.
Poiché il revisionismo, a prescindere dal suo contributo alla causa
della verità storica, non riuscì a evitare la Seconda Guerra Mondiale,
molti hanno guardato allo sforzo di accertare la verità sulle
responsabilità della guerra come totalmente inutile dal punto di vista
pratico. Ma un verdetto del genere non è definitivo. Se la situazione
generale, politica ed economica, in Europa, dal 1920 in poi, non fosse
stata così pesante nello scatenare le passioni e nell’inibire il
raziocinio, è probabile che il verdetto dei revisionisti sul 1914
avrebbe portato a dei cambiamenti nel Diktat di Versailles. Negli
Stati Uniti, meno afflitti da ondate emotive, il revisionismo esercitò
un’influenza notevole, tutta a vantaggio della pace. Fu in parte
responsabile dei freni imposti alla Francia al tempo dell’invasione
della Ruhr, volti ad alleviare il duro sistema dei
risarcimenti, come pure dell’indagine Nye sull’industria degli
armamenti e sulle sue nefaste ramificazioni, e della nostra
legislazione a favore della neutralità.
Il fatto che, nonostante i molti mesi di potente e irresponsabile
propaganda a favore del nostro intervento nella Seconda Guerra
Mondiale, oltre l’80% del popolo americano fosse contrario
all’intervento ancora alla vigilia di Pearl Harbor, dimostra che
l’impatto del revisionismo sull’opinione pubblica americana era stato
profondo, costante e salutare. Se il presidente Roosevelt non fosse
riuscito a istigare i giapponesi ad attaccare Pear Harbor, la campagna
revisionista della fine degli anni ’20 avrebbe potuto salvare gli
Stati Uniti dalle tragedie dei primi anni ’40 e dalle calamità - che
potrebbero rivelarsi anche più grandi – che sono emerse dal nostro
intervento nella Seconda Guerra Mondiale e che ancora permangono sopra
le nostre teste.
Il ruolo dei
mass media
Molto prima che la Seconda Guerra Mondiale scoppiasse all’inizio del
Settembre del 1939 era chiaro che, quando sarebbe arrivata, avrebbe
presentato per i revisionisti un problema anche più drammatico e
formidabile di quanto non era stato per la Prima Guerra Mondiale. La
scena era pronta per una quantità e una varietà di odi mistificatori
molto più forti degli anni precedenti il 1914, e la capacità di
eccitare le passioni e di diffondere leggende si era nel frattempo
notevolmente accresciuta. I molti progressi tecnici del giornalismo,
le redazioni dei giornali più nutrite, in particolare di “esperti” di
politica estera, e la maggiore importanza data agli affari esteri,
tutto rendeva certo che la stampa avrebbe esercitato un ruolo molto
più efficace nell’influenzare le masse, rispetto al periodo 1914-18.
In realtà, anche nel 1914, come Jonathan F. Scott e Oron J. Hale hanno
evidenziato, la stampa fu forse una causa della guerra potente quanto
la follia dei capi di stato e dei loro diplomatici. Nel 1939 e da
allora in poi, era destinata a esercitare un’influenza anche più
potente e malefica.
Le tecniche della propaganda si erano enormemente raffinate ed erano
pressoché totalmente prive di qualunque remora morale. I
propagandisti, dal 1939 in poi, avevano a loro disposizione non solo
quanto era stato appreso durante la Prima Guerra Mondiale - in fatto
di menzogne rivolte all’opinione pubblica - ma anche i grandi
progressi fatti nelle tecniche di disinformazione a scopo sia civile
che militare. Un importante funzionario inglese di intelligence come
Sidney Rogerson scrisse persino un libro, pubblicato nel 1938, in cui
disse ai suoi compatrioti come trattare gli americani nel caso di una
Seconda Guerra Mondiale, avvertendoli che non potevano semplicemente
utilizzare i metodi che Sir Gilbert Parker e altri avevano impiegato
con tanto successo dal 1914 al 1918 per abbindolare l’opinione
pubblica americana. Egli suggerì le nuove leggende e la strategia
necessarie. L’anno successivo iniziarono a venire applicate.
Nel 1939 c’era un cumulo di odi arretrati molto più grande a
disposizione dei propagandisti. Ma per quanto il Kaiser venisse
sbeffeggiato e insultato durante la guerra, era stato tenuto invece in
grande considerazione prima del Luglio del 1914. Nel 1913, all’epoca
del 25° anniversario della sua ascesa al trono, degli eminenti
americani come Theodore Roosevelt, Nicholas Murray Butler e l’ex
presidente Taft si prodigarono di elogi nei confronti del Kaiser.
Butler disse che se fosse nato negli Stati Uniti, sarebbe arrivato
alla casa Bianca senza la formalità di un’elezione, e Taft dichiarò
che il Kaiser era il singolo individuo più autorevole a favore della
pace del mondo intero. Nel 1939 non c’erano analoghi sentimenti di
affetto e di ammirazione nei confronti di Hitler e di Mussolini.
Butler aveva, è vero, definito Mussolini il più grande statista del
20° secolo, ma questo fu negli anni ’20. La propaganda inglese contro
il Duce durante l’incursione in Etiopia aveva posto fine
all’ammirazione della maggior parte degli americani nei suoi
confronti. L’odio accumulato nei paesi democratici contro Hitler nel
1939 aveva già superato quello nutrito contro ogni altra figura della
storia moderna. I conservatori americani e inglesi odiavano Stalin e i
comunisti, e questi ultimi vennero in seguito accomunati alla Germania
e a Hitler dopo il Patto russo-tedesco del 1939. Questo odio contro i
russi arrivò al calor bianco quando invasero la Polonia orientale
nell’autunno del 1939, e la Finlandia nell’inverno successivo. Le
differenze razziali e lo spauracchio del colore della pelle resero
facile odiare i giapponesi e, dopo l’attacco a Pearl Harbor - a
proposito del quale i fatti veri rimasero tabù fino a dopo la Guerra -
l’odio per i giapponesi crebbe così tanto che anche importanti
ufficiali della Marina americana, come l’ammiraglio Halsey, potevano
riferirsi ai giapponesi come a degli antropoidi letteralmente
subumani.
Con queste premesse, era ovvio che gli odi potessero imperversare
senza “limiti né confini”, per usare l’espressione di Wilson, e che le
menzogne potessero nascere e prosperare con voluttà senza nessuno
sforzo di controllare i fatti, ammesso che ve ne fossero. Ogni paese
importante costituì la sua agenzia ufficiale per ingannare l’opinione
pubblica per tutta la durata [della guerra] e la sostenne
generosamente con fondi quasi illimitati. Era più che evidente che
sarebbe stato un compito sovrumano da parte dei revisionisti lottare
con tutto ciò, una volta iniziate le ostilità.
Dopo la Prima Guerra Mondiale, i russi avevano intrapreso i primi
passi importanti per inaugurare il revisionismo. I comunisti volevano
screditare il regime zarista e accollargli la responsabilità della
prima Guerra Mondiale, e così pubblicarono i voluminosi documenti
contenenti gli accordi segreti franco-russi dal 1892 al 1914. Questi,
insieme a ulteriore materiale francese, dimostrarono che per lo
scoppio della guerra nel 1914 erano responsabili principalmente
Francia, Russia e Serbia. I documenti russi vennero seguiti dalla
pubblicazione dagli archivi di altri paesi, e ho già menzionato che
molti importanti libri revisionisti apparvero nei paesi europei.
Dopo la seconda Guerra Mondiale, la stragrande maggioranza degli
scritti revisionisti sono stati prodotti negli Stati Uniti. I russi
non avevano nessuno Zar da incolpare nel 1945. Stalin voleva che
rimanesse intatta la leggenda che era rimasto sorpreso e tradito da
Hitler con l’attacco nazista del 22 Giugno del 1941. L’Inghilterra
vedeva il suo impero sgretolarsi, e i leader inglesi erano consapevoli
della responsabilità primaria dell’Inghilterra per lo scoppio della
guerra nel 1939; quindi venne fatto ogni sforzo per scoraggiare in
Inghilterra gli scritti revisionisti. La Francia era dilaniata dagli
odi molto più che all’epoca della Rivoluzione Francese, e oltre
100.000 francesi vennero massacrati in maniera legale o quasi-legale
durante la “liberazione”. Solo il famoso giornalista Sidney
Huddlestone, un inglese espatriato residente in Francia, il rinomato
pubblicista Alfred Fabre-Luce e l’implacabile Jacques Benoist-Mechin
produssero in Francia qualcosa di revisionista. Germania e Italia, per
anni sotto il tallone dei conquistatori, non erano in grado di
promuovere studi revisionisti. Anche quando questi paesi furono
liberi, l’odio per Hitler e per Mussolini che perdurava dopo la guerra
scoraggiò il lavoro revisionista. Solo Hans Grimm e Ernst von Salomon
produssero in Germania qualcosa che somigliava al revisionismo, e le
loro opere non erano dedicate alla storia diplomatica. Il solo libro
apparso in Germania che può essere considerato letteralmente come un
volume revisionista è la recente opera di Fritz Hesse Hitler
e gli inglesi. Questo libro sviluppa la
tesi già conosciuta che Hitler perse la guerra soprattutto a causa
della sua anglomania e della sua riluttanza a usare tutta la sua forza
militare contro gli inglesi quando la vittoria era ancora possibile.
In Italia, l’eminente studioso – e storico della diplomazia – Luigi
Villari, scrisse un libro importante sulla politica estera di
Mussolini, che è una delle opere fondamentali del revisionismo dopo la
seconda Guerra Mondiale, ma dovette pubblicare il libro negli Stati
Uniti. La stessa cosa accadde al suo libro sulla “liberazione”
dell’Italia dopo il 1943.
Il blackout storico
Negli Stati Uniti, il revisionismo ebbe una partenza precoce e un
certo sviluppo, per quanto riguarda la produzione di libri importanti.
Ma questa relativa profusione di letteratura revisionista fu
sovrastata dagli ostacoli quasi insuperabili incontrati nel far
conoscere – e far leggere - tale letteratura al pubblico. In altre
parole, una quantità senza precedenti di libri revisionisti fu
accompagnata da un “blackout storico” ancora più formidabile, che
riuscì a occultare alla grande ai lettori queste opere.
Le ragioni di una produttività relativamente maggiore, da parte dei
revisionisti, negli Stati Uniti dopo il 1945 non sono difficili da
scoprire. C’erano stati oltre quattro anni di dibattito sulla
situazione europea e mondiale, tra il discorso allo Chicago Bridge del
presidente Roosevelt dell’Ottobre del 1937 e l’attacco giapponese a
Pearl Harbor del 7 Dicembre del 1941. La maggior parte degli uomini
che scrissero libri revisionisti dopo il 1945 avevano preso parte a
questo grande dibattito, avevano raccolto materiale sulle questioni
relative, e conoscevano bene le cose vere e le menzogne raccontate
dagli interventisti. Erano ansiosi [i revisionisti] di uscire allo
scoperto con libri che sostenessero la loro vecchia posizione non
appena la fine delle ostilità lo rendesse possibile. Pearl Harbor li
aveva ridotti al silenzio solo per la durata della guerra. Inoltre,
gli Stati Uniti erano rimasti incolumi dalle devastazioni della
guerra, erano in buone condizioni economiche al momento del V-J
Day [il giorno della vittoria] e non avevano perso nessun
possedimento coloniale. Quattro anni di animato dibattito prima di
Pearl Harbor e quasi quattro anni di animose menzogne e di odi dopo
quella data avevano raffreddato almeno in parte l’attitudine all’odio
degli americani in quel periodo, rispetto alla situazione esistente in
Europa e in Asia. Vi fu almeno un piccolo e breve momento di sollievo,
fino a quando gli odi non vennero ravvivati quando Truman inaugurò la
Guerra Fredda nel 1947.
Alcuni libri revisionisti
Abbiamo lo spazio per menzionare solo i risultati – notevoli -
conseguiti dai revisionisti negli Stati Uniti. Il libro As
We Go Marching [Mentre marciamo] di John T.
Flynn venne pubblicato nel 1944, i suoi opuscoli pionieristici su
Pearl Harbor nel 1944 e nel 1945, e il suo The Roosevelt
Myth [Il mito di Roosevelt] nel 1948. Il Pearl
Harbor di George Morgenstern apparve nel 1947; i due volumi di
Charles Augustin Beard sulla politica estera di Roosevelt uscirono nel
1946 e nel 1948; e il libro Mirror for Americans:
Japan [Uno specchio per gli americani: il Giappone] uscì nel
1948. L’America’s Second Crusade [La
seconda crociata americana] di William Henry Chamberlin venne
pubblicato nel 1950; il Design for War [Il
piano per la guerra] di Fredric R Sanborn uscì dai torchi nel 1951; il
Back Door to War [La porta di
servizio verso la guerra] di Charles C. Tansill fece la sua
apparizione nel 1952; l’opera collettanea, Perpetual War
for Perpetual Peace [La guerra permanente
per la pace permanente] che venne pubblicata a mia cura, e che
presenta la migliore antologia delle conclusioni revisioniste sulla
seconda Guerra Mondiale, uscì nell’estate del 1953; e il Secretary
Stimson [Il Ministro Stimson] di Richard N. Current venne
pubblicato nel 1954. The Final Secret
of Pearl Harbor, dell’ammiraglio R. A.
Theobald, apparve nel 1954; il The Myth of the Good and Bad Nations
[Il mito delle nazioni buone e cattive] di Rene A. Wormser uscì lo
stesso anno; la Admiral’s Kimmel’s Story,
dell’Ammiraglio H. E. Kimmel venne pubblicata nel 1955; il libro
Inside the State Department [Dentro il
Dipartimento di Stato] di Bryton Barron venne pubblicato nel 1956;
The Enemy at His Back [Con
l’appoggio del nemico] di Elizabeth C. Brown venne pubblicato nel
1957.
Oltre a questi libri scritti da revisionisti americani, c’è uno
straordinario elenco di volumi scritti da europei, che dovevano
confrontarsi in patria con un blackout storico anche più soffocante,
nonché assicurarsi degli editori rispettabili negli Stati Uniti. Tali
furono i libri di Sisley Huddlestone, come Popular
Diplomacy and War [La diplomazia di successo e
la guerra], e France: The Tragic Years
[Francia: gli anni tragici]; la critica sferzante ai processi sui
crimini di guerra da parte di Lord Hankey e di Montgomery Belgion; il
notevole libro di F. J. P. Veale, Advance to
Barbarism [Avanzata verso la barbarie], che criticò sia i barbari
bombardamenti a saturazione contro civili che i processi sui crimini
di guerra; lo smascheramento devastante della germanofobia da parte di
Russell Grenfell nel suo Unconditional Hatred [Odio
incondizionato]; il brillante studio biografico di Emrys Hughes su
Winston Churchill; e i volumi di Villari sulla politica estera di
Mussolini e la liberazione d’Italia da parte degli Alleati. Vi fu un
certo numero di altri libri ai margini del revisionismo vero e
proprio, tra i quali The High Cost of
Vengeance [Il prezzo alto della vendetta] di Freda Utley -
che parla della follia e della barbarie degli Alleati in Germania dopo
il V-E Day - è uno dei più notevoli e
rappresentativi. Insieme ad esso, possono essere menzionati libri come
Conqueror’s Peace [La pace del conquistatore] di
Andy Rooney e Bud Hutton, And Call it
Peace [E la chiamano pace] di Marshall Knappen, They
Thought They Were Free [Pensavano di essere
liberi] di Milton Mayer, e American Military
Government in Germany di Harold Zink.
Quello che sappiamo
ora
Non solo vennero pubblicati negli Stati Uniti dal 1945 in poi molti
più libri revisionisti formidabili
che nell’analogo periodo dopo il 1918, ma i fatti rivelati da queste
recenti ricerche revisioniste furono molto più sensazionali di quelli
prodotti dagli studiosi revisionisti dopo la prima Guerra Mondiale.
Dal 1937 in poi, Stalin aveva lavorato duro per una guerra di
logoramento e di distruzione reciproca tra i paesi capitalisti – tra i
paesi nazisti e fascisti e quelli democratici – tanto quanto fecero
Sazonov e Izvolski nel 1914 per scatenare una guerra
franco-russo-inglese contro la Germania e l’Austria. Hitler, lungi
dallo sferrare in modo precipitoso una guerra aggressiva contro la
Polonia dando seguito a richieste brutali e irragionevoli, fece uno
sforzo molto più grande per evitare la guerra durante la crisi
dell’Agosto del 1939 di quanto aveva fatto il Kaiser durante la crisi
del Luglio del 1914. E le richieste di Hitler alla Polonia furono le
più ragionevoli da lui fatte ad un paese straniero per tutta la durata
del suo regime. Esse erano molto più concilianti persino di quanto
Streseman e la Repubblica di Weimar erano stati disposti a prendere in
considerazione. La Polonia fu molto più irragionevole e intransigente
nel 1938-39 di quanto lo era stata la Serbia nel 1914. Mussolini cercò
nel 1939 di dissuadere Hitler dall’entrare in guerra, e fece ripetuti
sforzi per convocare delle conferenze di pace dopo che la guerra era
iniziata. Lungi dal dare alla Francia “una pugnalata nella schiena”
nel Giugno del 1940, fu virtualmente trascinato in guerra dagli atti
ostili di strangolamento economico da parte dell’Inghilterra. La
Francia era restia a entrare in guerra nel 1939, e solo le pressioni
estreme del Foreign Office inglese sollecitarono Bonnet e Daladier ad
aderire in modo riluttante il 2-3 Settembre del 1939 alla bellicosa
politica inglese.
Mentre nel 1914 la responsabilità inglese per la prima Guerra Mondiale
si riassunse soprattutto nella debolezza e nella doppiezza di Sir
Edward Grey – una responsabilità più in negativo che in positivo – gli
inglesi furono i responsabili quasi esclusivi sia dello scoppio delle
ostilità fra tedeschi e polacchi che della Guerra in Europa agli inizi
di Settembre del 1939. Lord Halifax, il ministro degli esteri inglese,
e Sir Howard Kennard, l’ambasciatore inglese a Varsavia, furono anche
più responsabili della Guerra in Europa del 1939 di quanto lo furono
Sazonov, Izvolski e Poincare per quella del 1914. Il discorso di
Chamberlain davanti al parlamento la notte del 2 Settembre del 1939 fu
una falsificazione altrettanto menzognera della posizione tedesca di
quanto lo era stato il discorso parlamentare di Sir Edward Grey il 3
Agosto del 1914.
La tesi contro
Roosevelt
Come per l’entrata in guerra dell’America nella seconda Guerra
Mondiale, la tesi contro il Presidente Roosevelt è molto più
impressionante e compromettente di quella contro Woodrow Wilson, il
quale, dopo l’Agosto del 1914, mantenne almeno qualche parvenza di
neutralità per un certo periodo. Roosevelt “fece entrare in guerra gli
Stati Uniti con le menzogne”. Si spinse tanto lontano da arrischiare
azioni illegali, quali far scortare navi che trasportavano materiale
bellico, per istigare la Germania e l’Italia a entrare in guerra
contro gli Stati Uniti. Non essendovi riuscito, passò al tentativo,
coronato da successo, di entrare in guerra dalla porta di servizio
costituita dal Giappone. Respinse le ripetute e sincere proposte dei
giapponesi, che anche secondo Hull salvaguardavano tutti gli interessi
vitali dagli Stati Uniti in Estremo Oriente; con lo strangolamento
economico dell’estate del 1941 costrinse i giapponesi ad attaccare
Pearl Harbor; fece dei passi per impedire che i comandanti di Pearl
Harbor – il Generale Short e l’Ammiraglio Kimmel – avessero a
disposizione degli apparecchi di decifrazione per scoprire un attacco
giapponese; impedì a Short e a Kimmel di ricevere i messaggi
giapponesi decifrati che Washington aveva intercettato e che
indicavano che la guerra poteva arrivare in qualsiasi momento, e
ordinò al Generale Marshall e all’Ammiraglio Stark di non mandare
nessun avvertimento a Short e a Kimmel prima delle ore 12 del 7
Dicembre, quando Roosevelt sapeva che ogni avvertimento sarebbe giunto
troppo tardi ad evitare l’attacco giapponese delle ore 13, ora di
Washington.
Roosevelt ha anche una grande responsabilità, sia diretta che
indiretta, per lo scoppio della guerra in Europa. Iniziò a fare
pressioni sulla Francia affinché tenesse testa a Hitler già durante la
rioccupazione tedesca della Renania, nel Marzo del 1936, alcuni mesi
prima di tenere i suoi discorsi fortemente isolazionisti nella
campagna [presidenziale] del 1936. Queste pressioni sulla Francia, e
anche sull’Inghilterra, continuarono fino all’avvento della guerra,
nel Settembre del 1939. Queste pressioni acquistarono mole e vigore
dopo il Discorso della Quarantena dell’Ottobre del 1937. Mentre si
avvicinava la crisi, tra Monaco e lo scoppio della guerra, Roosevelt
fece pressioni sui polacchi affinché respingessero ogni richiesta
della Germania, e spronò gli inglesi e i francesi a sostenere i
polacchi in modo incondizionato. Dagli archivi sequestrati ai polacchi
e ai francesi, i tedeschi raccolsero non meno di cinque volumi di
materiale consistente quasi esclusivamente di pressioni bellicose di
Roosevelt sui paesi europei, soprattutto Francia e Polonia. Gli
Alleati in seguito se ne impadronirono. Solo una piccola parte di essi
venne pubblicata, in particolare quella sequestrata dai tedeschi in
Polonia nel 1939, e pubblicata come Libro Bianco
Tedesco. E’ molto probabile che il materiale riguardante le
pressioni di Roosevelt sull’Inghilterra possa ammontare a più di
cinque volumi. Non vi è nessuna certezza che l’Inghilterra sarebbe
entrata in guerra nel Settembre del 1939, se non fosse stato per
l’incoraggiamento di Roosevelt e per le sue assicurazioni che, in caso
di guerra, gli Stati Uniti vi sarebbero entrati a fianco
dell’Inghilterra non appena egli fosse riuscito a convertire
l’opinione pubblica americana in favore dell’intervento. Ma quando la
crisi divenne acuta dopo il 23 Agosto del 1939, Roosevelt inviò
numerosi messaggi, a scopo propagandistico, in cui spronava i suoi
interlocutori a evitare la guerra per mezzo dei negoziati.
Nonostante la voluminosa letteratura revisionista apparsa dopo il 1945
- e il suo contenuto sensazionale - non c’è ancora praticamente
nessuna conoscenza da parte dell’opinione pubblica, a circa 13 anni di
distanza dal V4 Day, dei fatti portati alla luce dai
revisionisti. L’”uomo della strada” è propenso oggi ad accettare la
leggenda del “Giorno dell’Infamia” di Roosevelt esattamente come lo
era l’8 Dicembre del 1945. Un membro di un dipartimento di studi
storici di un importante paese orientale mi ha scritto di recente di
non aver mai sentito parlare di correnti revisioniste relative alla
seconda Guerra Mondiale, fino a quando non lesse il mio articolo sulla
rivista Modern Age della primavera del 1958. Nel 1928, la maggior
parte degli uomini di cultura americani avevano una passabile
conoscenza dei fatti riguardanti l’avvento della guerra nel 1914 e
sull’entrata in guerra degli americani nel 1917. Quali sono le ragioni
dello strano contrasto, nel progresso delle conoscenze, tra il periodo
posteriore al 1918 e quello posteriore al 1945? Limiteremo il nostro
esame delle ragioni di questa mancanza di conoscenze agli Stati Uniti.
Una delle ragioni principali del perché il revisionismo ha fatto pochi
progressi, dal 1945 in poi, nell’attrarre l’attenzione del pubblico è
che il paese non ha mai avuto il tempo di tirare il fiato dopo la
guerra. Abbiamo fatto notare in precedenza che qui, dopo il 1945, la
situazione non era così tesa come in Europa e in Giappone, ma era
comunque molto più tesa di quanto non fosse negli anni ’20. Già nella
campagna congressuale ed elettorale del 1918 vi fu una spaccatura
nello schieramento politico favorevole alla guerra. Nella campagna del
1920, erano cominciate le disillusioni sulla guerra, e cominciò a
farsi valere una tendenza all’isolamento rispetto ai conflitti
europei. Gli Stati Uniti si rifiutarono di firmare il Trattato di
Versailles, o di entrare nella Lega delle Nazioni. Dopo il 1918 vi fu
un periodo di calma di circa 20 anni. Fino al 1941, la stragrande
maggioranza del popolo americano voleva rimanere fuori dalla Guerra
Europea, e Roosevelt ebbe grandi difficoltà a sbarazzarsi della legge
sulla leva, varata in tempo di pace, e a ottenere la revoca della
legislazione sulla neutralità.
Niente di tutto questo successe dopo il 1945. Nel Marzo del 1946,
Winston Churchill proclamò la Guerra Fredda nel suo discorso a Fulton,
in Missouri, tenuto con la benedizione del presidente Truman, e l’anno
dopo Truman diede effettivamente inizio alla Guerra Fredda. Questa
portò, nel 1950, allo scoppio di una guerra “calda” in Corea. La
tecnica orwelliana di fondare il potere politico, e una fasulla
prosperità economica, sulla guerra fredda è entrata in auge nel 1950,
per poi godere di un potere illimitato sull’opinione pubblica. Una
guerra calda procura emozioni in abbondanza, per quanto pericolose e
maldstre, ma una guerra fredda deve essere costruita con la propaganda
e la mitologia, e si deve basare su un’agitazione artificiale ottenuta
con una propaganda pianificata. Le torture del romanzo 1984, per come
vengono somministrate dal “Ministero dell’Amore” non si sono però
dimostrate necessarie negli Stati Uniti. L’opinione pubblica americana
si è dimostrata più sensibile al lavaggio del cervello mediante
propaganda di quanto Orwell potesse immaginare, per quanto egli stesso
fosse un esperto di propaganda della BBC. Il “bispensiero” orwelliano
ha permesso alle Amministrazioni Truman e Eisenhower di varare e di
rafforzare politiche reciprocamente contraddittorie, e la tecnica
“anticrimine” del sistema semantico orwelliano impedisce all’opinione
pubblica, e a molti dei suoi leader, di elaborare qualsiasi programma
o proclama. Una politica di guerra permanente per una pace permanente
non appare irragionevole o illogica all’opinione pubblica americana.
Così, finora, la propaganda portata avanti dal nostro “Ministero della
Verità”, con il sostegno quasi unanime della nostra stampa, è stata
sufficiente a conservare alla Guerra Fredda il sostegno popolare.
E’ ovvio che un’opinione pubblica così manipolata ed eccitata non si
preoccuperà seriamente dei fatti e degli scritti volti a screditare la
guerra e a fornire una base solida per una pace effettiva. Sarebbe
come aspettarsi che gli sceicchi del deserto si concentrino su dei
libri dedicati alla pallanuoto o alle corse dei motoscafi. L’opinione
pubblica è diventata quasi impenetrabile a queste questioni. Alla metà
degli anni ’20, il fatto che gli Alleati schernissero lo Zio Sam come
“Zio Shylock” per la miseria di 12 miliardi di dollari di debiti di
guerra rese gli americani così furiosi da essere desiderosi di
ascoltare le conclusioni dei revisionisti. Alla metà degli anni ’50,
si ebbero gesti così apertamente offensivi e ingrati come “Yanks Go
Home”, dopo che gli Stati Uniti avevano speso decine di migliaia di
vite e 65 miliardi di dollari di aiuti all’estero, e l’opinione
pubblica sembrava approvare. Deputati come John Taber, che per anni
aveva cercato di bocciare il maggior numero possibile di stanziamenti
volti a creare una vita migliore qui da noi, proclamò che gli aiuti
all’estero erano così importanti da trascendere i criteri di
moderazione, parsimonia ed economia che avevano guidato così a lungo
l’utilizzo degli stanziamenti all’interno dei nostri confini.
I terribili anni
Cinquanta
Un’altra spiegazione dell’ostilità o dell’indifferenza dell’opinione
pubblica verso il revisionismo a partire dal 1945 va rintracciata
nell’atmosfera intellettuale nettamente diversa degli anni ’20
rispetto a quella del periodo posteriore al 1945. Le condizioni negli
anni ’20 e all’inizio degli anni ’30 furono le più propizie alla
formazione di un pensiero indipendente e impavido rispetto a quelle di
ogni altro decennio della storia americana moderna. Questo fu il
periodo di Mencken e di Nathan, che arrivarono all’altezza della
popolarità di un H. G. Wells. Era un periodo in cui il Mind
in the Making [La mente in via di
formazione] di James Harvey Robinson poteva diventare un bestseller, e
Thorstein Veblen era il più rinomato economista americano. Dal 1945,
siamo entrati in un periodo di unanimismo intellettuale senza
confronti, dai tempi del massimo potere e della massima unità della
Chiesa Cattolica al culmine del medioevo. Tra le pressioni esercitate
dal regime orwelliano della guerra fredda, e quelle egualmente potenti
del mondo civile o commerciale, l’individualità e l’indipendenza
intellettuale sono quasi scomparse. In quest’era del 1984 [il
romanzo di Orwell], di “The Organization Man” [persona che vive per
l’azienda in cui lavora], di “The Man in the Grey Flannel Suit”
[L’uomo col vestito di flanella grigia], dei “persuasori occulti”, e
di “Madison Avenue”, anche il normale studente americano di college
non è più incline al pensiero indipendente di quanto lo fosse un
contadino cattolico durante il papato di Innocenzo III.
Un’altra ragione della resistenza senza precedenti incontrata dal
revisionismo dopo la seconda Guerra Mondiale è il fatto che i
liberal e i radicali, che furono le truppe d’assalto e
l’avanguardia del revisionismo negli anni ’20, sono stati dal 1945 di
gran lunga i primi nemici di ogni accoglimento dei fatti e delle
conclusioni avanzati dai revisionisti. Costoro sono stati, nei mesi e
negli anni tra il 1939 e il 1941, il partito della guerra in
Inghilterra, in Francia, e negli Stati Uniti e non hanno mai
ritrattato. Anche se la maggior parte dei liberali di primo piano
avevano sostenuto con grande entusiasmo la guerra di Wilson dopo il
1917, essi rimasero totalmente disillusi dal Trattato di “Pace” e
guidarono dopo il 1919 la riscossa revisionista. Specialmente degni di
nota furono Herbert Croly e i suoi colleghi redattori del New
Republic, che ritrattarono alla grande. Oswald Garrison
Villard e la maggior parte dei suoi colleghi di The
Nation non sentirono il bisogno di ritrattare, perché non avevano
mai sostenuto in alcun modo l’intervento americano del 1917.
“I fatti vadano
al diavolo!”
Una delle ragioni principali del perché i liberal e i
radicali non sono riusciti a rivedere le loro opinioni e i loro
atteggiamenti precedenti [alla seconda Guerra Mondiale] è che il loro
odio per Hitler e per Mussolini era troppo grande per permettere loro
di accettare qualunque fatto, quantunque ben fondato, che potesse in
qualche modo diminuire le colpe di cui questi due uomini vennero
accusati dal 1939 in poi – o anche dal 1935. In tal caso, “i fatti
vadano al diavolo”. Non vi fu da parte loro, prima della guerra,
altrettanto odio per Stalin da far dimenticare. L’odio per Hitler era
particolarmente forte presso certi gruppi minoritari che erano stati
particolarmente entusiasti del revisionismo successivo alla prima
Guerra Mondiale.
In realtà, l’avversione a registrare qualunque fatto storico che possa
presentare l’attività diplomatica di Hitler e di Mussolini in una luce
un po’ più favorevole rispetto al tempo di guerra sembra essersi
estesa alla maggior parte dei revisionisti odierni, anche a quelli di
impronta conservatrice. Dopo la prima Guerra Mondiale, la maggior
parte degli studi storici revisionisti riguardavano lo scenario
europeo dell’Agosto del 1914. Vi furono solo tre libri revisionisti
importanti dedicati all’entrata in guerra dell’America: quelli di
Tansill, Grattan e Millis, mentre ce n’erano una ventina o più sulla
situazione europea pubblicati in Europa e negli Stati Uniti. Il primo
libro definitivo sull’entrata in guerra dell’America, l’America
Goes to War [L’America va in guerra] di
Tansill, non apparve prima del 1938, dieci anni dopo le Origins
of the World War di Fay.
Dopo la seconda Guerra Mondiale, tutti i libri revisionisti scritti da
autori americani riguardavano principalmente l’entrata americana in
guerra. Non c’è stato nessun libro revisionista o qualche articolo
revisionista importante che abbiano detto la verità sul 1939.
L’approccio più vicino [al 1939] è l’abile e informata trattazione
dello scenario europeo nel Back Door to
War di Tansill, ma questo libro è dedicato soprattutto
all’entrata americana in guerra. Sia l’avversione verso la minima
attenuazione delle accuse belliche contro Hitler e Mussolini, che la
paura delle risultanze, sembrano aver impedito persino ai revisionisti
– sia negli Stati Uniti che in Europa – di affrontare in modo
sistematico la crisi del 1939 a quasi venti anni di distanza dai
fatti..
Alla luce del fatto che, all’inizio di quest’articolo, ho riassunto le
conclusioni dei revisionisti sulle responsabilità per lo scoppio della
guerra nel 1939, ci si può legittimamente domandare come posso
conoscere la questione se sull’argomento non è stato pubblicato nessun
libro definitivo. Tutto quello che ho detto viene sostenuto dal
Back Door to War del professor
Tansill. Ma è stata anche completata di recente una dettagliata
trattazione della crisi del 1939 da parte di uno studioso
straordinariamente preparato. Questo libro è dello stesso livello
dell’opera monumentale sul 1914 del professor Fay. Ho letto il
manoscritto con grande attenzione e scrupolo. Come opera di
erudizione, ha riscosso l’approvazione dei più illustri dipartimenti
di storia odierni di tutto il mondo. Rimane il problema della
pubblicazione [Probabilmente qui Barnes si riferisce a Le Origini
della seconda guerra mondiale, di A. J. P. Taylor].
I gruppi anti-interventisti del 1937 e degli anni successivi, come
America First, erano principalmente conservatori e per
la maggior parte accolsero favorevolmente le prime pubblicazioni
revisioniste. Ma presto si allinearono alla Guerra Fredda grazie ai
vantaggi per gli affari - nell’industria, nel commercio e nella
finanza - che un esorbitante programma di riarmo aveva fornito. In
seguito, ebbero paura e si rifiutarono di dare qualsiasi aperto
sostegno, finanziario o in altra forma, a un movimento intellettuale
che minava totalmente i presupposti della guerra fredda, così come
aveva fatto con la mitologia interventista del 1939-41. Quindi il
revisionismo, a partire dal 1947, non solo è rimasto impopolare o
ignorato, ma è stato anche segnato dalla povertà. D’altro canto, le
fondazioni ricche hanno finanziato in abbondanza i libri
anti-revisionisti. Sono stati dati circa 150.000 dollari per
contribuire alla pubblicazione dei libri di Langer e di Gleanson, che
costituiscono lo sforzo più notevole per coprire le responsabilità
della diplomazia di Roosevelt e di Churchill.
Altri fattori hanno contribuito all’ostruzionismo quasi incredibile
subìto dal revisionismo a partire dal 1945. Le eccessive politiche e
misure di “sicurezza” adottate sotto il regime della guerra fredda
hanno aumentato di molto la paura e i timori dei funzionari pubblici,
degli studiosi, e dell’opinione pubblica in generale. Poiché il
revisionismo ha coerentemente messo in discussione l’intero edificio
della politica ufficiale americana a partire da Pearl Harbor, aderirvi
era rischioso. E’ diventato pericoloso lavorare per la pace, a meno
che non lo si faccia facendo la guerra. La stampa, naturalmente,
preferisce il sistema di riferimento a tinte forti di una Guerra
Fredda all’erudizione prosaica del revisionismo. Negli anni ’20, la
stampa era affine al revisionismo perché esso appoggiava
l’orientamento prevalente della nostra politica riguardo ai
risarcimenti, ai debiti di guerra, all’isolazionismo, al disarmo, alla
neutralità e simili. Oggi, il revisionismo mette in discussione
l’onestà, l’intelligenza e l’integrità dei fondamenti della nostra
politica estera, con le devastanti rivelazioni che esso fa dei
risultati disastrosi, a partire dal 1937, delle nostre bellicose
ingerenze internazionali.
Particolarmente difficile è riuscire a far sì che i libri revisionisti
vengano pubblicati in condizioni tali da suscitare l’interesse e la
conoscenza del pubblico, e che vengano presentati ai lettori in modo
onesto ed efficace. Vi sono solo due case editrici, e relativamente
piccole, che hanno pubblicato con continuità libri revisionisti: la
Henry Regnery Company di Chicago, e la Devin-Adair Company di New
York. Solo altri cinque piccoli editori hanno pubblicato un libro
revisionista – un solo libro a testa, tranne la Yale University Press,
che ha fatto uscire entrambi i volumi di Beard, perché di Beard il
direttore era amico intimo e grande ammiratore. Le case editrici
universitarie considerano rischioso indulgere in opere revisioniste;
W. T. Couch, l’esperto direttore della University of Chicago Press,
venne licenziato soprattutto perché pubblicò un volume revisionista
così outsider come l’ammirevole libro di A. Frank Reel, The
Case of General Yamashita. Dopo
Pearl Harbor, nemmeno uno dei grandi editori commerciali degli Stati
Uniti ha fatto uscire un solo libro sostanzialmente e letteralmente
revisionista. Tutto ciò è in netto contrasto con l’atteggiamento degli
editori verso i libri revisionisti negli anni ’20 e all’inizio degli
anni ’30. Allora, gli editori più grandi erano bramosi di avere quei
libri. La classica opera del professor Fay venne pubblicata dalla
Macmillan Company, e la monumentale opera in due volumi di John S.
Ewart venne pubblicata da Doran. Alfred Knopf pubblicò negli anni ‘20
la mia Genesis, oltre a una vera e propria biblioteca di
libri revisionisti, ma nel 1953 si rifiutò persino di prendere in
considerazione un libro revisionista lieve e moderato come lo studio
erudito del professor Current sulla carriera pubblica del Ministro
Henry L. Stimson.
C’è un certo numero di ovvie ragioni del perché i grandi editori oggi
stanno alla larga dai libri revisionisti. In primo luogo, sono
cittadini americani e, per ragioni già esaminate, come la maggior
parte dei loro compatrioti, a essi non piace abbandonare le
convinzioni, le emozioni, gli odi e i pregiudizi che avevano prima e
durante la guerra; alla maggior parte di costoro i revisionisti e il
revisionismo proprio non piacciono. Inoltre, sapendo che il
revisionismo è notoriamente impopolare, capiscono che i libri
revisionisti probabilmente non venderebbero; quindi, le pubblicazioni
revisioniste sono un business relativamente scarso. Inoltre, quegli
editori che potrebbero a titolo personale concordare con il
revisionismo e ai quali andrebbe di pubblicare qualche libro
revisionista, anche se dovessero ricavarne scarso profitto o persino
una piccola perdita, non possono proprio considerare un libro
revisionista in base ai suoi meriti o per sé stesso. Devono tenere
conto del suo effetto potenziale sul mercato editoriale complessivo, e
sul pubblico che compra i libri. La perdita che potrebbero sostenere
semplicemente pubblicando un libro revisionista potrebbe essere
insignificante in confronto a quello che potrebbero perdere a causa
della cattiva impressione che una tale pubblicazione potrebbe fare o
alle ritorsioni che potrebbero venire.
La paura dei
club del libro
Essi temono in particolare le possibili ritorsioni da parte dei vari
club del libro, poiché tutti quelli potenti sono strettamente
controllati da quei gruppi e da quegli interessi che oggi sono
totalmente ostili al revisionismo. L’America’s Second
Crusade di William Henry Chamberlin è la trattazione
revisionista della seconda Guerra Mondiale davvero adatta ad essere
venduta e letta a livello popolare. E’ paragonabile esattamente al
Road to War di Walter Millis dedicato alla
nostra entrata nella prima Guerra Mondiale. Il libro di Millis venne a
suo tempo selezionato come Libro-del-Club e venduto a centinaia di
migliaia di copie. Il responsabile di una delle più grandi case
editrici del mondo conosceva e apprezzava Chamberlin, ammirava il suo
libro, e personalmente gli sarebbe piaciuto di pubblicarlo. Ma
riteneva, abbastanza comprensibilmente, di non poterlo fare, tenendo
conto dei suoi azionisti. Come disse, se avesse pubblicato il libro di
Chamberlin, probabilmente la sua azienda non sarebbe riuscita ad avere
un altro Libro-del-Club per altri dieci anni. Il libro di Chamberlin
venne pubblicato da Henry Regnery.
E’ istruttivo fare un raffronto del suo destino [editoriale] con
quello del Road to War di Millis. La
libreria Macy’s, di New York, ordinò cinquanta copie del libro di
Chamberlin e ne restituì quaranta come invendute. Se fosse dipeso dai
suoi meriti, ne sarebbero state vendute sicuramente cinquemila o
seimila. Un anno dopo la data di pubblicazione, non c’era nemmeno una
copia del libro alla New York Public Library o in una delle sue
diramazioni. I libri revisionisti sono virtualmente boicottati, quando
parliamo delle vendite al circuito delle biblioteche pubbliche. La
donna che negli Stati Uniti esercita sulle ordinazioni librarie
un’influenza più grande di chiunque altro è violentemente
anti-revisionista. Ella, tramite i suoi consigli ai bibliotecari in
cerca di assistenza sui libri da comprare, si adopera in modo da
ignorare o diffamare i libri revisionisti.
Anche quando i libri revisionisti finiscono nei negozi, i commessi si
rifiutano frequentemente di metterli in mostra e, in qualche caso,
arrivano persino a mentire sulla loro disponibilità. Nel reparto
librario di un grande magazzino americano, una donna voleva acquistare
una copia del libro revisionista più letto. La commessa le disse con
aria sicura che l’ordinazione era esaurita e che non c’erano più copie
disponibili. La cliente sospettò che stava mentendo e fece fare
un’ispezione al direttore. Si scoprì che c’erano oltre cinquanta copie
nascoste sottobanco e che la commessa lo sapeva. Il direttore del
magazzino fu così indignato che ordinò al reparto di mettere in
particolare rilievo il libro fino a quel momento rimasto nascosto.
Le riviste importanti sono tanto riluttanti a pubblicare articoli
revisionisti quanto le grandi case editrici a pubblicare qualsiasi
libro revisionista. Anche questo è in totale contrasto con la
situazione degli anni ’20, quando i direttori dei migliori periodici
erano desiderosi di avere articoli autorevoli da parte dei
revisionisti. Ma nessun articolo sostanzialmente revisionista è stato
più stampato su un periodico a larga diffusione dai tempi di Pearl
Harbor. La ragione dell’allergia editoriale agli articoli revisionisti
è la stessa che affligge i responsabili delle grandi case editrici
relativamente ai libri revisionisti.
Per quanto possa sembrare incredibile, non solo gli editori ma anche i
tipografi hanno cercato di eliminare materiale revisionista. Quando
presentai a una tipografia di New York un sobrio opuscolo, basato su
ricerche approfondite e volto a esporre i fatti basilari della
carriera militare e politica del Maresciallo Petain, lo stampatore si
rifiutò di di stampare l’opera a meno che non fosse stata approvata
dalla censura di uno dei più potenti, e violentemente
antirevisionisti, gruppi di minoranza del paese. Al che, portai la
copia a un’importante tipografia della zona nord di New York che non
era influenzabile da tale forma di pressione. L’episodio ricorda la
censura preventiva che esisteva ai tempi di Copernico.
Il destino delle
recensioni
Gli impedimenti imposti ai libri revisionisti non sono limitati alle
difficoltà di pubblicazione e di distribuzione. Quando questi libri
vengono pubblicati, di solito vengono ignorati, nascosti, o
calunniati. Raramente ricevono segnalazioni soddisfacenti o recensioni
oneste, anche se è ovvio che l’opinione del recensore possa essere
sfavorevole. Come è stato consigliato ai suoi operatori da una delle
principali organizzazioni responsabili del blackout, è preferibile
ignorare totalmente un libro se si vuole rovinare la sua distribuzione
e la sua influenza. Anche una recensione malignamente sleale avrebbe
l’effetto di richiamare almeno una certa attenzione per il libro e
potrebbe suscitare qualche curiosità e interesse. Ignorarlo
completamente farà più di qualsiasi altra cosa per relegarlo
nell’oblio. Sotto la direzione di Guy Stanton Ford, la politica
dichiarata della American Historical Review
fu quella di non recensire volumi “controversi”, ma dopo un attento
esame venne fuori che “controverso” significava “revisionista”. I più
controversi libri antirevisionisti in commercio ricevettero risalto e
recensioni favorevoli, come quelle accordate di solito a libri
considerati importanti.
Quando i libri revisionisti vengono effettivamente catalogati e
recensiti, di solito viene data loro una posizione marginale, spesso
nella sezione delle note. Questo fu il caso del libro di Luigi Villari
Italian Foreign Policy under
Mussolini [La politica estera italiana sotto Mussolini]. Sebbene
fosse un libro di fondamentale importanza nel campo della storia
diplomatica – il solo volume autorevole apparso sull’argomento e
l’autore considerato la più rinomata autorità vivente della materia –
il libro venne relegato nella sezione delle note dell’American
Historical Review. I limiti di spazio non mi
permettono di citare qui in dettaglio il destino dei principali libri
revisionisti nelle pubblicazioni erudite, nella sezione dei periodici
destinata alle recensioni librarie, e nei giornali. Ho esaminato a
fondo questa questione nel primo capitolo di Perpetual
War for Perpetual Peace.
L’essenza della situazione è che non importa quanti libri revisionisti
vengono pubblicati, quanto alta sia la loro qualità, o quanto
sensazionali siano le loro rivelazioni: tutto ciò non avrà effetto
sull’opinione pubblica americana fino a quando quest’ultima non
conoscerà l’esistenza, la natura e l’importanza della letteratura
revisionista. Che essa non sia ancora riuscita a rendersene conto è
ovvio, e gli ostacoli dimostratisi finora tanto efficaci non si sono
ridotti in modo significativo. E’ per questa ragione che gli storici e
i pubblicisti onesti accoglieranno favorevolmente l’evidente desiderio
dei redattori di Liberation di aprire le sue colonne a una discussione
sul revisionismo e alla rivelazione della sua importanza per la salute
pubblica del paese. E’ il primo passo che è stato preso in questa
direzione da un giornale liberale dai tempi di Pearl Harbor.
Favoritismi
Finora ho descritto quasi esclusivamente gli sforzi privati o
non-ufficiali di nascondere la verità relativa alle cause e ai
risultati della seconda Guerra Mondiale. La censura ufficiale è stata
non solo implacabile ma anche per molti versi più sconcertante. Coloro
che pubblicano documenti ufficiali non dovrebbero essere condizionati
da considerazioni di profitti o perdite. Più di dieci anni fa, Charles
Augustin Beard deprecò la procedura seguita dal Dipartimento di Stato,
per la sua tendenza a permettere agli storici favorevoli alla politica
estera ufficiale di usare i documenti governativi abbastanza
liberamente, e di negare tale accesso a chiunque fosse sospettato di
simpatie revisioniste. Questa protesta portò a un qualche rilassamento
momentaneo della censura, e fu un caso fortunato che il professor
Tansill riuscì a condurre buona parte delle sue ricerche in quel
momento. Ma ben presto la censura e le restrizioni tornarono a pieno
regime.
Quando andarono al potere nel 1953, i repubblicani promisero una
drastica riforma di questo abuso, ma non riuscirono ad attuare le loro
assicurazioni e, sotto il Ministro Dulles, lo scandalò aumentò in
proporzioni molto più grandi che sotto il potere dei democratici. Lo
stesso consulente per le questioni storiche, G. Bernard Noble, ebbe
prorogato il proprio incarico e a dire il vero fu anche promosso a
Direttore della Sezione Storica del Dipartimento di Stato. Era un
democratico, uno studioso Rhodes, e conosciuto come uno dei più
frenetici sostenitori del nostro intervento nella seconda Guerra
Mondiale - tra tutti i politologi americani - e un nemico implacabile
del revisionismo.
Nel Maggio del 1953, il Dipartimento di Stato promise che tutti i
documenti delle conferenze internazionali tenute durante la seconda
Guerra Mondiale sarebbero stati pronti per essere pubblicati nel giro
di un anno e che tutti gli altri documenti del periodo dal 1939 in poi
sarebbero stati presto pubblicati.
Non venne fatto nulla fino alla primavera del 1955, quando i documenti
della Conferenza di Yalta vennero finalmente pubblicati. Era evidente,
e lo fu presto a tutti, che tali documenti erano stati ingarbugliati e
censurati in modo lampante. Due competenti membri dello staff
storiografico del Dipartimento, Bryton Barron e Donald Dozer,
protestarono contro questa soppressione e manipolazione dei documenti.
Noble costrinse Barron ad andare anticipatamente in pensione senza
stipendio e licenziò Dozer. Quest’ultimo venne reintegrato dalla
Commissione del Servizio Civile ma Noble riuscì a licenziarlo una
seconda volta, e questa volta in via definitiva. Barron era stato
incaricato della catalogazione del materiale riguardante la Coferenza
di Yalta, e Dozer di quello delle Conferenze del Cairo e di Teheran.
Da quella volta è stata presentata solo un’altra pubblicazione, e cioè
certi documenti incompleti riguardanti il 1939. Stiamo parlando
dell’anno scorso e anche in questo caso si tratta di documenti
censurati e ingarbugliati.
In tutto questo tempo, sono stati raccolti e messi a disposizione per
essere pubblicati circa 37 volumi riguardanti la nostra politica
estera a partire dal 1939. Ma nessuno di questi è stato inviato allo
stampatore e, nella primavera del 1958, il Dipartimento di Stato ha
banalmente annunciato di non aver proposto la pubblicazione di nessuno
di questi volumi nel prossimo futuro. Come spiegazione ha detto che la
loro pubblicazione potrebbe potenzialmente offendere delle persone tra
i nostri alleati della NATO. Per dare a questa sorprendente procedura
una qualche apparenza di autorità storica, il Dipartimento di Stato ha
nominato, nel 1957, un comitato selezionato per consigliare il
Dipartimento sui testi da pubblicare. I membri di tale comitato, che
non ha tra le proprie fila nessuno storico revisionista, hanno
assicurato che sarebbero stati dati i giusti consigli. Il presidente
non era altri che il professor Dexter Perkins, effettivamente un
piacevole e affabile politologo, ma anche un esponente di quella mezza
dozzina di preminenti e implacabili nemici della storiografia
revisionista di questo paese. Il comitato ha ammesso in modo
ossequioso che la pubblicazione dei 37 volumi che giacciono sugli
scaffali aspettando gli stampatori governativi non sarebbe
politicamente opportuna.
Quando Barron è apparso davanti ad una commissione del Senato per
protestare contro le censure e i ritardi, gli sono stati permessi solo
undici minuti per testimoniare, anche se ai testimoni che sostenevano
la censura ufficiale è stato permesso di parlare a lungo. Come ha
detto uno dei più bravi editorialisti del paese, decisamente a
ragione: “Un tale record di occultamenti e di doppiezza è senza
precedenti. Il suo solo termine di paragone è la “buca della memoria”
del 1984 di George Orwell, dove un regime totalitario del
futuro si sbarazzava di tutti i documenti e i fatti che non
rientravano nella linea ufficiale del partito”. Tutto ciò non è certo
coerente con il ruolo assunto dagli Stati Uniti quale guida delle
“Nazioni Libere”, o con la nostra aspra condanna dei russi per aver
sottoposto a censura i loro documenti ufficiosi.
Vi sono, naturalmente, alcuni cruciali documenti ufficiosi riguardanti
l’inizio della seconda Guerra Mondiale che il governo non si è mai
neppure sognato di pubblicare e che sono così esplosivi che nemmeno
agli storici impegnati nel coprire le responsabilità governative è
stato permesso di usarli. Si tratta dei cosiddetti “Documenti Kent”, e
cioè i circa 2.000 messaggi segreti scambiati illegalmente in codice
tra Churchill e Roosevelt dal Settembre del 1939 in poi. Lo stesso
Churchill ci ha detto francamente che questi documenti contengono
buona parte delle informazioni vitali sulla collaborazione tra lui e
Roosevelt nel loro sforzo congiunto di fare entrare in guerra gli
Stati Uniti. Quando il più imponente tentativo storiografico di
coprire le responsabilità di Churchill e Roosevelt stava per iniziare,
Churchill ha minacciato l’autore principale di portarlo in tribunale
se avesse utilizzato questi “Documenti Kent”.
La soppressione dei documenti relativi alle responsabilità della
seconda Guerra Mondiale si estende, naturalmente, ben oltre tutte le
attività e i rapporti anglo-americani. Quando i comunisti e i
socialisti della Rusia, della Germania e dell’Austria pubblicarono
dopo il 1918 i loro archivi per screditare i vecchi regimi imperiali,
questo costrinse gli inglesi e i francesi a fare lo stesso. Alla fine,
gli studiosi avevano virtualmente tutti i fatti a disposizione.
Niente del genere è stato possibile dopo la seconda Guerra Mondiale.
Le Potenze Alleate vittoriose, principalmente l’Inghilterra e gli
Stati Uniti, catturarono gli archivi tedeschi e italiani, tranne
qualcuno dei più vitali documenti italiani che i comunisti italiani
distrussero, con la connivenza degli inglesi, quando catturarono e
uccisero Benito Mussolini. Oggi, la Germania e l’Italia non potrebbero
pubblicare tutti i documenti che li riguardano, anche se lo volessero,
perché non li hanno più. Alcuni sono tornati in Italia, e i tedeschi
hanno promesso di fornire i propri. Ma si può stare certi che non
verrà incluso nessun materiale che riguardi seriamente gli Stati Uniti
e l’Inghilterra. Ogni pubblicazione è stata perciò limitata finora a
quello che le autorità americane e inglesi hanno ritenuto opportuno
divulgare, e non vi sono prove che tale materiale sia stato presentato
più integralmente e più onestamente di quanto è stato fatto con i
documenti della conferenza di Yalta. Né ci si può aspettare che i
tedeschi e gli italiani pubblichino nulla che possa in qualche modo
modificare l’esecrazione bellica di Hitler e di Mussolini. A
differenza della Repubblica di Weimar, il governo di Adenauer è
fermamente ostile alla storiografia e alle pubblicazioni dei
revisionisti. Lo stesso è vero per il governo italiano.
La conseguenza principale di tutte queste censure ufficiali è che il
verdetto dei revisionisti relativo alle responsabilità della seconda
Guerra Mondiale è molto meno drastico di quello che sarà se e quando
tutti i documenti saranno disponibili. Se i documenti che sono stati
soppressi in così grande quantità e con tale accuratezza fossero in
grado di diminuire il già duro atto di accusa contro i leader del
tempo di guerra, la logica elementare e la strategia sosterrebbero la
supposizione che sarebbero già stati pubblicati da molto tempo, per
cambiare o eliminare i duri giudizi già espressi nelle opere
revisioniste.
C’è un paradosso che va notato, relativamente allo status e ai
risultati del revisionismo dopo le due Guerre Mondiali. Dopo la prima
Guerra Mondiale il verdetto dei revisionisti, quanto alle
responsabilità della guerra, fu ampiamente accettato dagli studiosi e
dagli uomini pubblici intelligenti, ma poco venne fatto per rivedere
il sistema postbellico europeo basato sulle menzogne e la propaganda
belliche. Se fossero stati compiuti i passi logici per rivedere i
trattati postbellici quando c’era ancora la repubblica tedesca, è
improbabile che Hitler sarebbe mai riuscito a conquistare il potere in
Germania, che ci sarebbe mai stata una seconda Guerra Mondiale, o che
saremmo arrivati alla Guerra Fredda. Dopo la seconda Guerra Mondiale,
mentre i fatti portati alla luce dai revisionisti quanto alle
responsabilità della guerra sono stati ignorati – in realtà sono
virtualmente sconosciuti alle opinioni pubbliche degli Alleati
vittoriosi – c’è stata una revisione quasi completa della politica
ufficiale verso i nostri ex nemici. Sia la Germania che il Giappone
sono stati quasi costretti a riarmarsi, e sono stati dati loro grandi
aiuti economici in modo che essi possano ora fungere da alleati contro
il nostro ex alleato, l’Unione Sovietica. Si può immaginare
l’indignazione se, diciamo nel 1925, avessimo insistito che la
Germania e l’Austria dovevano riarmarsi fino ai denti, e avessimo
espresso la nostra intenzione di permetterglielo!
Una situazione come quella che ha avuto luogo dopo il 1945 potrebbe
essere possibile solo in un’epoca di “bis-pensiero” e di “anticrimine”
orwelliani. Abbiamo speso circa 400 miliardi di dollari per
distruggere la Germania e il Giappone e, dopo la loro distruzione,
abbiamo versato ancora più miliardi per ripristinare il loro potere
militare. Se fosse concepibile che potessimo combattere una terza
guerra mondiale senza sterminare tutti i contendenti, potremmo
prevedere una situazione dove, dopo aver distrutto la Russia, andremmo
a darle dei miliardi per ricostruire la sua forza bellica per
difenderci contro la Cina e l’India.
Una lezione che il revisionismo può insegnarci è che dovremmo
apprendere da esso l’atteggiamento in grado di proteggerci contro la
ripetizione delle follie e delle tragedie. L’eminente filosofo John
Dewey disse a un mio amico che se il suo atteggiamento verso la prima
Guerra Mondiale non fosse stato tanto sbagliato (quale è stato
espresso dal suo libro German Philosophy and Politics) avrebbe potuto
cadere preda della propaganda che ci ha portato alla seconda Guerra
Mondiale. Ma le opinioni pubbliche sembrano meno capaci di apprendere
dall’esperienza di un filosofo pragmatista. Esse sembrano dare ragione
alla classica osservazione di Hegel che la sola lezione che la storia
ci insegna è che dalla storia non impariamo nulla. In un’età di bombe
all’idrogeno, di missili guidati intercontinentali, di armi chimiche e
batteriologiche terrificanti, e di tecnologia militare in cui basta
premere un bottone, dovremo far meglio dell’umanità al tempo di Hegel
se vi sarà una qualche prospettiva di sopravvivenza o se riusciremo a
raggiungere un grado di pace, di sicurezza e di benessere tali da
giustificare la sopravvivenza. Ma l’opinione pubblica americana non
può certo imparare lezioni dal revisionismo se non sa neanche che
esiste, a prescindere dai suoi contenuti e dalle sue implicazioni.
A meno che, e fino a quando, non riusciremo a superare il blackout
storico, ora sostenuto anche dalla politica ufficiale, e a permettere
ai popoli della terra di conoscere i fatti concernenti le relazioni
internazionali durante l’ultimo quarto di secolo, non ci può essere
una vera speranza di pace, di sicurezza e di prosperità che i
progressi della scienza e della tecnologia rendono possibili. Il
benessere del genere umano, se non della sua stessa sopravvivenza,
dipende letteralmente dal trionfo del revisionismo.
Il testo originale è disponibile all’indirizzo:
Traduzione di Andrea Carancini :
http://andreacarancini.blogspot.com:80/2009/04/il-revisionismo-in-america-nella-prima.html
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